Natale in fiera

Rimpiango il Natale di quando ero bambina. Di quando tutto luccicava e di quando tutti effettivamente mi sembrano più buoni.

Rimpiango il Natale associato alle lunghissime feste scolastiche quando l’Epifania ogni festa si portava via.

Rimpiango il Natale da commessa quando dopo 15 giorni di lavoro consecutivo finalmente era un santo riposo.

Rimpiango il Natale da single dove, dopo il pranzo con i parenti, potevo salutare tutti con un sorriso e scappare verso mete esotiche. Una festa caraibica in discoteca per digerire il panettone ripieno.

Rimpiango il Natale del primo anno di convivenza. Dove il dictat era la Vigilia la facciamo insieme, ma a Natale ognuno con i suoi. Il brodo era come i panni, si consumava a casa propria.

La libertà individuale e il pranzo festivo in allegria oramai ha lasciato spazio alla guerra dei pranzi, l’evoluzione della già conosciuta e discussa guerra dei brodi.

Con prole al seguito nulla è più a mia discrezione. Vigilia, Pranzo di Natale, Santo Stefano, Capodanno e Epifania sono diventati merce di scambio tra il parentado con obbligo di prenotazione almeno un mese prima. Neanche quando facevo la fila per vedere il vip di turno alla disco dovevo dare conferma mesi prima della mia presenza.

Al posto del mitico Mercante inFiera abbiamo il Natale in Fiera. Non facciamo più giochi psicologici e calcoli matematici per scambiare la carta del lattante con il maresciallo e la tigre con la castellana con torrone e cioccolato come premio, ma scambiamo presenze o assenze non più celabili sotto le tre carte coperte.

L’unica speranza oltre all’influenza per il terzo anno consecutivo è data dal detto “A Natale con i tuoi, a Pasqua con chi vuoi”.

E da domani è Natale

Albero trash made by mamma

Passato questo ponte, commemorativo per alcuni, commerciale e vacanziero per altri, il Natale con annessi e connessi è dietro l’angolo.

A breve, sulla Piazza Instagram&co, spunteranno, come i funghi in autunno, alberi di Natale in netto anticipo sui tempi, felpe con renne e orsetti polari in tweed, Babbi Natale in ogni forma e raffigurazione.

Ieri al supermercato ho visto fare incetta di mini pandori e mini panettoni, neanche fossero stati dichiarati merce in via di estinzione. Non so perché, ma in questi momenti mi sovviene alla mente Blade Runner…

Quest’estate durante una registrazione in radio con 40 gradi all’ombra scelsi nella mia scaletta Last Christmas degli Wham e subito.. Tac.. atmosfera natalizia. Vedevamo, completamente sobri, le renne volare e la neve scendere. Da lì la discussione con i miei fidi e impavidi compagni di registrazione si è spostata sul fatto che negli ultimi anni il mood natalizio inizia sempre un po’ prima.

Vuoto culturale che ci fa rinchiudere in tappe prefissate per scandire la nostra vita o bisogno di calore e affetto che il Natale sembra regalare?

Da piccoli l’albero si faceva rigorosamente l’8 dicembre e si svestiva il 6 gennaio a Epifania conclusa. Il vero mood natalizio era concentrato in un tempo ristretto dove a scuola costruivamo grotte per la natività con mollette di legno e preparavamo Babbi Natale con la barba di cotone idrofilo.

Da qualche anno il tempo natalizio si è dilatato invadendo novembre e le nostre case di colore, lucine e pseudo “calore”.

Oggi è il 2 novembre, ma la smania commerciale, la musichetta di sottofondo in ogni luogo reale o virtuale, i maglioni rossi dimenticati durante l’anno, gli impegni natalizi ci piomberanno addosso a giorni.

Una sola domanda. Perché?
Da cinica rispondo che il Natale vende di più…