Uno su cento ce la fa

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Quando da piccola mi dicevano che gli esami nella vita non sarebbero mai finiti credevo, me tapina e ingenua, fosse solo un modo sadico per terrorizzare una bambina ansiosa che davanti a sé aveva ancora da superare in ordine l’esame di quinta elementare, l’esame di licenza media inferiore, superiore e  una marea di esami universitari. Il dottorato per fortuna era opzionabile!
Con la stessa saggezza, invece, con cui si prevede pioggia con il cielo a pecorelle e la primavera all’arrivo di una rondine quell’avvertimento funesto era decisamente azzeccato.

Mentre le previsioni meteo  non indovinano mai che tempo farà domani, i maledetti proverbi popolari non sbagliano mai un colpo! Siamo i  pronipoti dell’ homo sapiens sapiens e l’aggettivo Smart oramai lo scriviamo anche nell’etichetta dei pantaloni, ma certe volte ci dimentichiamo, impegnati a controllare l’app meteo nel cellulare,  di alzare semplicemente gli occhi al cielo e mettere un ombrello in borsa per sicurezza. Smart-issimi!

La morte di Elvis e la storia degli esami infiniti non si sono rivelate con gli anni delle bufale, infatti nonostante il tempo che passa e che tento invano di nascondere comprando spray anti capelli bianchi e portando con spavalderia una frangetta da sbarbina Elvis non è riapparso e i libri che mi  aspettano pazienti in macchina sono sempre tanti e variegati.

Non ho ancora provato a tentare la strada dell’ingegneria meccanica o aerospaziale, ma le branche del diritto, le discipline delle scienze sociali e i manuali di storia da 2 kg celo celo celo, come le figurine, mima mima invece come sempre il tempo per leggerli.

Che poi gli esami siano miei, concorsi pubblici con la stessa probabilità di trovare due  Turista per sempre nel Gratta e Vinci da 5 euro, o dei miei allievi poco importa, sempre io devo leggerli.

La mia Toyota violetto metallizzato in perenne attesa di essere rottamata ha certe volte la sembianza di una biblioteca dismessa. Manca il chiacchiericcio di sottofondo e l’arsenale di penne colorate e la mia carriera scolastica è di nuovo li sotto i miei occhi e… orecchie.

Nelle prossime settimane in programma due esami del sangue e la preparazione per la preselezione di assistente giudiziario dove 800 superfortunati e superpreparati  troveranno in fondo al tunnel un lavoro a tempo indeterminato in qualche posto dimenticato dai raccomandati. Le richieste sono più di 300.000..uno su 400 forse ce la farà?

Random di pensieri:

Io oramai provo, dopotutto lo sport è importante nella vita.

Magari ritentando sarò più fortunata, comprando  il Gratta e Vinci Sfida Doppia!

Che macchina avranno  i futuri 800?   Una piccola Biblioteca d’Alessandria su 4 ruote?

 

L’impaziente inglese

ralph fiennes.jpgChi non è cresciuto letteralmente sbavando, scusate il francesismo, sulla capigliatura rasata e sui tratti raffinati di Ralph Fiennes nel Paziente Inglese di Minghella? L’atmosfera vintage, il deserto aspro e allo stesso tempo romantico, una storia di passione e adulterio  resa ancora più emozionante dalla guerra incombente che unisce e divide nazioni e persone.

Ho provato a leggere il libro da cui il film è  tratto, ma il risultato non è stato ugualmente coinvolgente. Cosa mancava?  Ralph Fiennes ovvio e i suoi occhi color ghiaccio.

Ci sono film che superano in fascino i libri che li hanno ispirati, il grande schermo si trasforma in questi casi in un grande libro dove le pagine e le parole prendono vita.

I puristi della lettura in questo momento mi staranno probabilmente lanciando  un anatema o pungolando con degli spilli una  bambolina di pezza con la mia faccia disegnata sopra, ma secondo me il legame tra film e libri non è  sempre a senso unico e certe volte ai secondi preferisco i primi

Chi legge un libro si costruisce un’immagine precisa dei personaggi, il loro aspetto fisico, il loro modo di muoversi e vestirsi basandosi sull’incontro tra le parole  dell’autore e la propria fantasia e quando questa immagine non trova rispecchiamento nel film si crea una rottura. Si rompe l’incanto dell’immaginazione.

Quello che è successo  quando dopo 5 anni di Liceo Classico e centinaia di ore di traduzione dell’Iliade ho visto  Troy  al cinema. Una visione inattesa. Sorvolando  sulla rielaborazione fantasiosa del testo omerico, la scelta degli attori era…come dire…appropriata!  Probabilmente se mi fossi immaginata Brad Pitt in Achille e Orlando Bloom nel ruolo di Paride le mie interrogazioni avrebbero avuto tutto un altro pathos e non il solito Kalos kai Agatos senza significato. Entrambi molto Kaloi comunque. Anche Ettore faceva il suo figurone!

Sono sempre stata un’impaziente lettrice e una cineasta vorace. Amo affezionarmi ai personaggi che leggo,  mi immedesimo e quando il libro finisce  è come dire addio a un amico caro. Ecco perché spesso  guardo il film ancora prima di aver letto il libro.  Quando ho letto La Casa degli Spiriti della Allende l’eterea Clara aveva già il viso candido di Merly  Streep, Rossella di Via col Vento  l’epico sopracciglio alzato di Vivien Leigh e Florentino Ariza del L’Amore al tempo del Colera l’espressione dolce di Javier Bardem. Cosi come il conte László Almásy  non potrebbe aver altro volto di Ralph Fiennes.

Quindi chiudete i vari Cinquanta sfumature  di rosso, grigio, nero e arcobaleno  che state leggendo voracemente in attesa di guardare il film al cinema, in certi casi non conviene essere impazienti, meglio rimanere ignoranti!

Keep calm it’s the pink Friday

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La sinestesia secondo un sedicenne.

In una delle mie ultime sessioni pomeridiane d’italiano combattevo il sonno provando a fare esempi di sinestesia, figura retorica che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a due piani sensoriali diversi ( colore squillante, parole calde, silenzio verde) a uno dei miei allievi.
Argomento che trovavo noioso a 15 anni e trovo ancora più noioso oggi a 30. E mentre la mia mente sbirciava tra le pagine del libro in cerca d’ispirazione e cercando di evitare la figura retorica successiva, la famigerata Ipallage, il mio alunno 16enne, colto da improvviso interesse sinestetico, mi espone la sua particolare teoria sui colori della settimana.

<< I giorni della settimana per me hanno un colore >> Di fronte a tale guizzo di fantasia e felice di rimandare la spiegazione delle figure retoriche successive chiudo il libro d’ italiano e intavoliamo una discussione decisamente colorata. Mi elenca tutti i 7 giorni della settimana e accosta a ciascuno di essi il colore che per lui esprimono. Il mercoledì si colora di arancione, il lunedì di nero e il sabato di rosso. E pensare che io conoscevo solo il giovedì nero della borsa del 1929!

Qualche giorno fa in coda nell’ennesimo ufficio pubblico ammazzavo il tempo scorrendo le foto dei Vip su Instagram. Ognuno ha i suoi passatempi futili!

E, tra la foto del fondoschiena della Kardashian e quella di un Cupcake viola, mi sono imbattuta nella foto della “fashion blogger world Influencer” di turno con addosso un maglione colorato con scritto MONDAY! E magia delle magie era davvero lunedì.

Una luce negli occhi mi si è accesa e non era di certo il display mezzo addormentato davanti a me, avevo ancora 2356 persone in trepidante attesa.

Mi ero lasciata scappare l’affare del secolo, quel geniaccio del mio alunno aveva avuto un’ottima intuizione e io come sempre me la sono lasciata sfuggire.

Alberta Ferretti con la sua linea “The Rainbow Week” ha assegnato un golf a ogni giorno della settimana. Della serie “Un golf al giorno toglie lo stress stilistico di torno” e aumenta le lavatrici di giorno!

La fine del dilemma mattutino, pomeridiano e serale del cosa mi metto oggi. La new entry perfetta nell’armadio pieno di pantaloni con risvoltini e magline extralarge delle sbarbine. La soluzione alla mancanza del calendario in casa. Addio Frate Indovino benvenuto golf da centinaia di euro.

Dopo il Blue Monday, il Black Friday, qualche martedì decisamente Brown adesso ogni giorno ha il suo colore e un golf che ce lo ricorda. Mi immagino la bellezza di aprire l’armadio il lunedì mattina e indossare il golf Monday, “il golf che ti fa sentire ancora più depressa che il fine settimana è finito”.

Stasera è venerdì e pensavo di scrivere su una maglina bianca con un pennarello lavabile Keep Calm It’s Pink Friday. Per me il venerdì ha il sapore del rosa. Ecco ho fatto una SINESTESIA.

In attesa che la vendetta si raffreddi siediti sulla riva del fiume

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Non so perché ma appena sento parlare di vendetta, la mia mente visionaria immagina sempre qualcuno seduto a gambe incrociate chino davanti a un piatto bollente di zuppa tutto intento a soffiare cercando di farlo raffreddare prima del tempo.
La vendetta come dicono gli esperti è un piatto che va servito freddo!

L’ars amandi è insidiosa  quanto l’ars bellandi con l’arma vincente che si conoscono tutti i punti deboli dell’altro e non si deve aspettare tanto prima che il cadavere del proprio nemico ci passi davanti mentre noi siamo seduti sulla riva del fiume.
Per chi abita in luoghi asciutti va bene il ciglio della strada, magari in un giorno di primavera e senza nuvole all’orizzonte!

Sorvolando momentaneamente sulle mie diatribe quotidiane causate dall’utilizzo sconsiderato del riscaldamento della mia dolce metà e sull’aureola che mi sta crescendo intorno alla testa, durante una delle ultime sessioni amicali del Venerdì sera l’argomento sopito Ex e Vendetta è tornato alla ribalta. Sopito, non dimenticato!
E con la V di Vendetta sono tornati anche i resoconti delle “discussioni” infinite e delle ritorsioni ludico ricreative che si attivano quando la lettera E fa compagnia alla lettera X.
Nonostante la mia esperienza comprovata in materia, ascoltando le avventure post-rottura odierne non so se saprei fare l’Ex in un mondo così social! Sono un’Ex analogica!

Con ogni tipo di Social Network e i geo-localizzatore che ci comunica passo dopo passo i movimenti e le nuove conoscenze di un ex il detto “Occhio non vede cuore non duole” va letteralmente a farsi friggere.
E anche se uno decide di fare vita da weberemita e non accendere più Internet le pettegole di paese ti tengono aggiornata meglio e più tempestivamente di un’Ansa.

L’unica soluzione quindi in alternativa a farsi lanciare nello spazio o chiudersi in un eremo dall’altra parte del mondo è rallentare il respiro, sbuffare in modo più pacato su quel piatto bollente e di usare tutta la propria intelligenza e consapevolezza per visualizzare la propria vita fra 6 mesi.
Il tempo necessario che darei al”nemico” che ora vive spensierato con gli occhi a forma di cuoricino una seconda adolescenza insieme alla nuova fiamma very very young per rendersi conto che alla sua età, pericolosamente vicina agli Anta, i colpi di fulmine fanno  certo palpitare di nuovo il cuore, ma che pure i colpi di frusta non risparmiano nessuno, quando dopo diversi voli pindarici si ricade a terra sbattendo il sedere.
E con l’avanzare dell’età le ossa sono sempre più fragili…

Quindi cara amica che ti lasci dopo un periodo di fidanzamento simile a un’era preistorica e ora ti senti 150 anni tutti sulle spalle e non smetti di soffiare per far passare più veloce questo tempo odioso, rimettiti a leggere tutti i 12.000 libri di Sophie Kinsella e siediti sul ciglio della strada. Quando li avrai finiti tutti sarà già primavera e il momento perfetto per mangiare un bel gelato ghiacciato e presa dalla tua nuova vita non ti accorgerai nemmeno del botto che il tuo caro ex, tornato bruscamente alla realtà, avrà fatto sull’asfalto. Confucio non sbaglia!

Domani: il tempo di annoiarsi

 

via-col-ventoDomani è un altro giorno non è solo l’ultima battuta di una mia ossessione cinematografica e letteraria, ma è anche l’ultima frase che mi ripeto la sera prima di addormentarmi nel divano.

Come una moderna Vivien Leigh dalle  scale del mio loft grigio mentre  scruto il buio oltre la siepe del mio giardinetto mi ripeto “Domani è un altro giorno e… fammi un po’ guardare in agenda che lavoro faccio?”

E’ il giorno delle ripetizioni scolastiche, della baby sitter, della volontaria, della promoter, della telefonista, dell’aiuto in ufficio, della redattrice di testi o dell’ira funesta da precaria?

To work or not to work: this is the problem!

Lunedì alla veneranda età di 91 anni è morto Zygmunt Bauman, il mio sociologo preferito, colui che ha dato una spiegazione a tutta questa liquidità che ci accompagna, colui che ha teorizzato la precarietà delle nostre vite nel modo più dolce che si possa fare: non con termini di rottura e frammentazione, ma utilizzando fluidità e molteplicità e dopo appena due giorni dalla sua scomparsa già mi chiedo come farò adesso a interpretare la realtà senza i suoi libri, come chiameremo d’ora in poi la nostra incertezza esistenziale? Chi scriverà il finale di questo film postmoderno?

Attendo da giorni l’esito di un colloquio di lavoro che potrebbe regalarmi una vita normale, scandita da orari, pagamenti puntuali, una routine lavorativa. Un lavoro che mi potrebbe donare oltre che il potere di fare progetti anche la fantomatica Noia, la noia dei giorni tutti uguali, quella strana sensazione di sprofondare nel divano senza pensieri costanti e ambizioni compresse.

Chissà che sapore ha la noia? Sicuramente non ha il sapore piccante dell’eterna possibilità, la freschezza della novità, ma nemmeno l’amaro della delusione e dell’ansia. Non saprà di cioccolato fondente del Perù, ma credo che ricordi l’appagamento che il cioccolato al latte kinder regala alle mie papille gustative: una sensazione di calore e dolcezza come il gusto di decidere a cuor leggero il proprio tempo, la propria vita al di fuori dell’orario di lavoro. Un corso di teatro, un corso di cucito, perfino dello sport! Riprendere le lezioni di arabo, imparare il tedesco, leggere almeno 1 libro al mese per evitare l’annichilimento, fare shopping compulsivo, organizzare un viaggio e convincere il mio Clarke Gable a non aspettare che la juventus vinca la champions league per sposarmi.

La fine del vortice di domande e della sfilata dei punti interrogativi accanto alle annotazioni quotidiane in agenda. La certezza degli impegni e del tempo libero.
Una noia davvero molto lussuosa che un giorno mi coglierà probabilmente di sorpresa, quando meno me l’aspetto e allora i miei Kinder torneranno ad essere solo la fonte dei mie brufoli, il Buio oltre la mia siepe la mancanza di lampioni nel quartiere e Via col vento un poster incorniciato sopra il mio letto.

 

 

Spesa di coppia e abbuffata di gruppo

In questi giorni prenatalizi ho avuto la conferma di cosa faremo tutti per le feste: abbuffarci! 

A testimoniare ciò le scene da Kill Bill 1 e 2 alle quali ultimamente ho dovuto assistere alle casse del supermercato con le facce sempre più  esauste delle cassiere e le file di macchine che precedono gli accessi ai parcheggi neanche ci fosse Brad Pitt nudo all’ingresso. 

Un ricordo oramai lontano il sano shopping compulsivo in centro e il giro dei negozi con uomini al seguito pronti a fare harakiri da un momento all’altro. 

La crisi del settore abbigliamento e Masterchef hanno trasformato questo appuntamento nella spesa settimanale, per  gli abitanti di Marte fonte di stress e attacchi di panico, figuriamoci a Natale!

La lista scritta a casa, puntualmente arricchita di prodotti visti e presi dal bancone in offerta e quindi irrinunciabili. 8 panettoni, 2 per celiaci, 2 per vegani, 2 per intolleranti al lattosio, 1 senza canditi e l’ultimo superstite tradizionale.

Certo che se la spesa riflettesse le dinamiche interne a una coppia e il contenuto del carrello il carattere del suo detentore i supermercati diventerebbero i nuovi centri di aggregazione e incontro o forse è  già così? Invece che inviti romantici a cena in futuro ci daremo appuntamento alle 17 davanti alla carne in offerta? Scriveremo messaggini della serie “ti ho visto oggi davanti allo scorfano in pescheria  ed eri bellissima”?

Conoscendo il mio fidanzato non sarebbe del tutto impossibile una dichiarazione d’amore davanti ai formaggi caprini.

Avendo io al mio fianco un uomo decisamente alternativo: NON SOLO capace di cucinare, ma anche corredato di diploma da cuoco è  lui che detta legge in cucina e io sono una semplice  lavapiatti.  La nostra è  quindi una spesa di coppia, ma solo in apparenza.  Stesura della lista cartacea e digitale a casa, alla quale io mi attengo con scrupolosa tirchieria e che lui puntualmente rivoluziona affascinato da petto d’oca affumaticato, formaggi francesi puzzolenti e frutta esotica di cui a stento capisco il nome. 

A me basta poco per essere felice:  un kg  di cioccolata è  sufficiente. 

Oramai però anche la cioccolata la compriamo strana: cioccolata al sale rosa, cioccolata con zenzero candito,  cioccolata senza olio di palma..
Niente Nesquik, niente Kinder in ogni sua forma e dimensione e soprattutto niente Nutella. Una tristezza infinita.

 Ma come si fa a vivere senza Nutella?

La nostra spesa è  un’ora di corsa ad ostacoli tra carrelli con il mio sguardo che cade in adorazione su ogni schifezza possibile e che nonostante la mia vistosa preghiera non ottiene considerazione. 

Alla fine alla cassa guardo dentro il carrello e vedo: litcis, carote viola, patate americane, avocado, Daikon, bistecca argentina, frutta secca di ogni tipo,  more di gelso, bacche sconosciute  e mi chiedo dove sia nascosto il cibo vero. <<Ah ecco l’insalata orientale e le cotolette vegetali>>. Menomale avevo quasi creduto di dover attingere alle scorte della mamma! BUONE FESTE e buone abbuffate. Io ho già iniziato! 

L’uomo che si incremava troppo

Il sociologo tedesco George Simmel autore del famoso testo “La Moda” nel lontano 1895 analizzava il collegamento che sussiste tra la condizione sociale di alcuni soggetti e il nascere o il morire di una MODA. Nei periodi storici in cui  le donne erano più represse e relegate all’ambiente domestico infatti il loro abbigliamento era tendenzialmente più eccentrico rispetto ai periodi di maggiore libertà ed emancipazione.

Abbigliamento, trucco e parrucco sono stati per tanto tempo le uniche forme di espressione concesse alle donne. Corsetti, colli ricamati, impalcature degne di Le Corbusier sotto le gonne, parrucche così alte che i pidocchi potevano costruirci  grattacieli e tanto altro. 

Per quanto riguarda gli uomini, invece, questa maggior attenzione al corpo è  diciamo storia  recente. Che sia  una diretta conseguenza del declino del loro ruolo nella società o un adeguarsi alle logiche da “selfie” del nuovo millennio, alea iacta est..gli uomini hanno cominciato a incremarsi, ungersi, spalmarsi neanche fossero tutti Body Builders o gladiatori postmoderni. Senza parlare di depilazioni incontrollate e del trend oramai consolidato  che lascia le caviglie e i polpacci glabri in bella vista come se fossero in perenne crescita di altezza e il pantalone non riuscisse a seguire lo sviluppo. Ma per favore.

Fortunatamente la mia dolce metà si copre parti del corpo non desiderabili e indossa con fierezza e eleganza pantaloni non palesemente maltrattati da forbici impazzite. In quanto alla cura del corpo e del viso invece è probabilmente uno dei maggiori responsabili dell’aumento del volume di affari dei cosmetici maschili.

  E così anche il mio bagno è diventato una parata di creme all’acido ialuronico, boccettine con contagocce al collagene puro e profumi che avrebbero fatto invidia alle botteghe degli imbalsamatori egizi. E la proprietaria di questo patrimonio estetico non sono io, ma il mio Adamo che al mio contrario  non disdegna estetiste, dermatologi e guarda con quotidiano sospetto la sua attaccatura dei capelli pronto a minacciarla in caso di ritirata.

Capelli tutti per uno, uno per tutti!!

 Chissà come sarà l’uomo del futuro e quali problemi dermo-tricologici dovrà affrontare;  di certo non avrà problemi di pelle secca il nostro nuovo Homo Incrematus! 

La vita è una scala di grigi

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Forrest Gump paragonava la vita a una scatola di cioccolatini, seduto su una panchina ad analizzare il significato dell’esistenza umana.

Io seduta nel mio sgabello con i gomiti sul marmo grigio della mia isola grigia a fare ripetizioni a una 15enne annoiata ho decisamente un’altra prospettiva. Non vedo davanti a me una scatola di cioccolatini – finita ieri sera – ma vedo la mia bellissima scala in ferro battuto color grigio antracite e ripenso a quale possa essere stato l’esatto momento in cui la mia parte grigia ha superato quella rosa shocking?

<< Lo so tesoro che adesso mi vedi così con gli occhiali e l’apparecchio ai denti che tento di  spiegare l’importanza del latino a te che non ti piace leggere nemmeno un post su Internet, ma se tu sapessi dal 2000 al 2008 su quanto cubi ho ballato io, forse ti sembrerei meno noiosa. Lo so che non  immagini così “vestita come Diane Keaton a fine anni ’70” come sono ora che la maggior parte delle mie scarpe fino a qualche anno fa assomigliavano a quelle delle Holograms e che avevo talmente tanti, ma tanti  brillantini in faccia da rischiare l’arresto per abbaglio notturno.>>

Sarei tentata per svegliarla da quello sbadiglio perenne e dalla possibile cancrena del suo dito indice sullo smartphone di dirle questo e di insinuare in lei un minimo di curiosità, ma c’è qualcosa di peggio del non avere interesse per il latino:  la sufficienza adolescenziale con cui mi sentirei chiedere chi sono le Holograms e perché ballavo su una forma geometrica e allora so già che  il mio cuore non reggerebbe a un mondo di #chissenefrega e #stica!

Mi arriccio i capelli con le dita ripenso all’apparecchio che ho appena messo e mi dico che nonostante il mio apparente grigiore io non sono nessuno per giudicare questa sua indifferenza digitale soprattutto dopo che quest’estate ho sbattuto la faccia su un palo della luce con conseguente crisi ipocondriaca e convinzione di essermi autoprocurata una commozione cerebrale, il tutto per scrivere un messaggio stupido su whats app. Si vede proprio che sono una scema degli anni ’80.

Nessuno è immune  dall’invecchiamento e spesso non ci accorgiamo che qualcosa in noi è cambiato fino a che non ci specchiamo negli occhi  di chi la vita la vede a colori accesi e definiti. Si capisce col tempo che la vita non è né  rosa shocking né  bianco e nero, ma in realtà un’infinita scala di grigi. Si capisce con il tempo che un grigio balena è diverso da un grigio topo e entrambi lo sono da un un grigio tortora; quando si cominciano a vedere le differenze  nei grigi il cambiamento é gia avvenuto e gli stivali fucsia sono oramai  chiusi in una scatola in garage ad aspettare pazienti la prossima festa a tema.

Svegliata dalle mie elucubrazioni inutili sul senso della vita, mi sento chiedere dalla mia allieva 15enne quando ho intenzione di tingermi i capelli bianchi. E io, tentata per una attimo di aprire la finestra per buttarmi di sotto, le rispondo: << tesoro non sono bianchi, sono grigio chiaro e poi mi piacciono  perché mi ricordano che mi piace vivere nelle sfumature>>.

Non siamo noi una continua fusione delle nostre contraddizioni?

I sogni nel cassetto-ne

cassettoneFino a pochi decenni fa era tradizione per le donne che si sposavano portare con sè una dote, come dono al marito.  Che fosse una rendita o un semplice corredo questo dipendeva dalla famiglia d’origine della donna, ma anche se scarna era un obbligo a cui i padri dovevano ottemperare prima del matrimonio. Lenzuola, tovaglie e biancheria sapientemente confezionate da mamme, nonne e sorelle, cucite e riposte in un baule, poi gelosamente custodito e tramandato alle figlie femmine.

L’anno scorso nel bel mezzo dei lavori di ristrutturazione della mia casa e in  piena fase Esorcista, ho ritrovato nel garage dei miei genitori il vecchio baule di mia nonna, dimenticato e trasformato oramai nel porta-attrezzi da falegnameria spicciola di mio padre.

Come sempre, spinta dalle mie miglior qualità,”la tirchieria” e ” il non farmi mai i cavoli miei”, l’ho aperto e, dopo aver dissipato una nuvola di naftalina che avrebbe ucciso persino il povero Eta Beta ci ho trovato dentro un’infinità di lenzuola, stoffe diciamo “vintage” e camicie da notte di seta. Conscia dei prezzi delle lenzuola di seta oggi, mi sono mangiata le mani per come la mia dote era stata così impudentemente maltrattata e resa inutilizzabile, oltre che del disinteresse di mio padre per il mio futuro matrimoniale.

Ma non mi sono persa d’animo e con l’occhio critico di un amante del “vecchio” ho deciso di dare almeno una possibilità a lui, al mio Baule. Con l’aiuto di mani più esperte delle mie, l’ho disinfettato, ristrutturato e me lo sono portato nel mio loft grigio, fiera di esser riuscita a salvare un pezzo della mia storia e tutti i sogni che mia nonna, sua madre e quella prima ci avevano riposto insieme alle trapunte invernali.
Speriamo di non scoprire un giorno che era un mobile invecchiato di Maison Du Monde

Quando si parla del luogo dove riponiamo virtualmente i sogni facciamo sempre riferimento a un misero cassetto, magari di un comodino triste e moderno. Io ho deciso di giocare in grande e del cassetto non mi sono accontentata. Il sogno di scrivere un giorno per “D”, l’inserto del sabato di Repubblica, quello di incontrare Axl Rose prima che si rifaccia le treccine, sposarmi con quell’acido del mio fidanzato e prendere una seconda laurea solo per sentirmi dire che è inutile come la prima sono sogni che hanno bisogno di spazio  e nel caso non lo riempissi tutto mi sono iscritta, una volta alla settimana  a un corso di sartoria per principianti. Con i prezzi della biancheria oggi, meglio armarsi di ago e filo!

Pronta per il si lo voglio!

2014-06-29-18-28-02Say yes to the dress è il programma must per le ossessionate dai matrimoni, altrui per ora. Vasto gruppo sociale di cui faccio parte da ben 20 anni e di cui potrei fare la portavoce ufficiale.

Organizzo il mio matrimonio dalla tenera età di 12 anni, quando durante una lezione particolarmente noiosa di scienze misi su carta – scripta manent – lista di invitati, piani della torta e DJ, senza dimenticare la parte più importante di un matrimonio, la conditio sine qua non per la sua stessa esistenza…l’abito da sposa.

Ai tempi, causa influssi anni’80, assomigliava molto al vestito della Principessa Diana, qualcosa di molto sobrio e per nulla pomposo insomma.

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Oggi, dopo aver vagliato qualcosa come 150.000 abiti direttamente dal mio divano e in collegamento con Kleinfeld N.Y. ho capito che il mio vestito da sposa probabilmente me lo disegnerò da sola, sarta paziente permettendo.

Opterei per un vestito semplice con uno scollo a barca, scollato sulla schiena e rigorosamente dal sapore vintage, almeno per quel giorno potrò far finta di essere nata nel 1905. Capelli mossi appuntati da una parte, rossetto rosso e il gioco è fatto.2014-06-29-18-28-16

Rispetto alla seconda media un bel cambiamento: al posto del rossetto rosso c’era un lucidalabbra super appiccicoso e invece dell’elegante rigo nero sugli occhi l’ombretto rosa glitterato che probabilmente avevo trovato in regalo su Cioè quel giorno.

Ma c’è una cosa che è rimasta tale e quale dalla seconda media: la ricerca dello sposo!

Accantonati i frontman delle principali boyband anni 2000, mi sarei fatta qualche idea in proposito ossia il mio fidanzato che, alla sola parola che inizia per M,  comincia a grattarsi come se avesse la varicella e a compiere voli pindarici da cui non ritorna più.

Ma con il suo sommo dispiacere e disappunto ho convinto i suoi amici a perorare la mia causa – per la madre non c’è speranza – puntando tutto sulla scommessa “Se la Juventus vince la Champions League ci sposiamo”.

E qui, a scommessa accettata, ti rendi conto veramente dove arriverebbe un tifoso per la sua squadra.

Per cause di forza maggiore sono diventata la fan Juventina più sfegatata, ho persino  tappezzato la mia ex cameretta degli unici poster juventini degni di essere appesi cioè quelli di Del Piero e Baggio, ho rispolverato le mie conoscenze tecniche sul fuorigioco e non potendo allenare personalmente i calciatori – che peccato- mi accontento di incrociare le dita da casa. Forza Juve che mi devo sposare!

Diciamo tutti Say yes to the …..Champions.

Basta che poi non mi faccia vestire di bianco e nero al matrimonio..altrimenti dovrò cambiare lo schema dei colori verde mela viola malva scelto nella primavera 2000 e molto molto apprezzato dalle mie future damigelle!