Quando settembre era un inizio

smemoranda2013_16mesi_018Ripenso a quando settembre non era solo l’ultima chance di andare al mare il sabato o di mangiare il gelato  la sera senza rischiare una congestione, l’ultima chance per far prendere aria ai miei piedi nei sandali prima di chiuderli per 8 mesi nel tunnel dei calzini.

Ripenso insomma quando settembre non era solo la fine dell’estate, ma anche l’inizio del nuovo anno, sancito dal mio compleanno una settimana prima del rientro.

Ripenso quando insieme alla tristezza dell’abbronzatura che si sgretola piano piano c’era anche il brivido di tornare a scuola, brivido misto di ansia, paura e adrenalina. Quanto mi manca quell’adrenalina! 

Il primo giorno era come il mio diario, un insieme di pagine vuote che da li a poco avrei  avrei riempito con un’infinità di disegni e scritte quante erano le  penne colorate nel mio astuccio, con i miei resoconti di lunghe e esaltanti serate in discoteca e giornate di shopping compulsivo con le amiche. Io avevo un blog quando non esistevano ancora i blog! E mi facevo selfie quando non esistevano ancora i selfie, con l’unica differenza che a quei tempi Facebook ossia faccia libro era davvero un libro: la mia Smemo.

Rosa, nera a seconda degli anni girava tra i banchi come ora si condividono i link, era piena di dediche come i commenti ad un post ed era tappezzata di mie foto proprio come il mio profilo, solo che prima sprecavo due rullini per farne una decente! Grazie digitale!

Da studentessa classica svogliata mi piaceva giocare con il gerundivo Smemoranda  “cose da dimenticare” riferendomi ovviamente ai compiti e alle interrogazioni, le uniche cose che scrivevo con il lapis per non sciupare il mio capolavoro.

Settembre era davvero un inizio e lo è stato fino all’università, un grosso punto interrogativo sull’anno che sarebbe venuto, dove la curiosità superava sempre la paura

Oggi è il primo giorno di scuola  di moltissimi ragazzi e stamani ho scritto un messaggino a 2/3 che seguo da anni e mentre inserivo faccine sorridenti e in bocca al lupo ho tirato un sospiro misto di ricordi e un po’ d’invidia perché per loro oggi è un inizio, per me invece è semplicemente il 15 settembre.

Aspettate ora che ci ripenso è anche per me un inizio, quello del traffico mattutino. Riaprono le scuole ed ecco che devo partire 30 minuti prima!

 

A.A.A. Resilienza Vendesi

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R-e-s-i-l-i-e-n-z-a. A parte le difficoltà che provo nello scandire le lettere che la compongono, uno scioglilingua è più divertente, secondo la mia modesta opinione questa  parola è davvero brutta sia nel suono che nel significato.

Oggi tutti ne parlano come se fosse la scoperta psicologica del millennio, seconda solo all’inconscio di Freud. In campo psicologico  viene utilizzata  per esprimere la tenacia necessaria per superare eventi traumatici e anche per “resistere agli urti ” della vita quotidiana. Possiamo annoverare tra questi ultimi anche i poco eleganti “calci nel sedere” e le sonore “porte in faccia”.

Ora, non è che tutti i giorni mi sveglio e me la prendo con  un vocabolo solo per il solo fatto che esiste, ma al mio ennesimo “calcio nel sedere lavorativo” questa volta comunicato gentilmente per e-mail  mi sono sentita risuonare nella testa queste 10 lettere e sulla spalla una pacca più dolorosa che consolatoria. Ho pensato come un automa: sono resistente agli urti, sono resistente agli urti e un secondo dopo mi sono chiesta <<<Ma chi  vuole essere resistente agli urti? Non è che da bambina quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo “resistente agli urti”. Non vado a letto più contenta la sera solo per il fatto di aver ricevuto una  medaglia immaginaria con scritto “resilienza forever“>>. Anche se una tutta dorata e con un fiocchetto aiuterebbe!

Non sono mica nata padella! Non ho un libretto d’istruzioni e una garanzia di 2 anni.

A parte il fatto che visto le condizioni della mia schiena, i lividi giallo-violacei sparsi sulla mia pelle  e la bruciatura nella coscia destra procurata dal ferro-arriccia capelli è palese che non sono affatto immune agli urti, ma secondo me ci dovrebbe essere un limite anche alla capacità di superare i problemi e gli ostacoli. Il limite? Utopistico ovviamente. Che il mondo cominci a girare per il verso giusto e che gli ostacoli finiscano.

E ovviamente domani è un altro giorno e un nuovo inizio

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Quando la nuora va in vacanza 

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Oggi è il lunedì dei grandi rientri, anche se molti sono rientrati già da tempo e altrettanti non sono mai partiti, questo 29 agosto segna almeno nel calendario  la fine dell’estate.

Il caldo afoso e la città ancora vuota di questi giorni mi hanno fatto venire i mente il film di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza: per intendersi quello diventato famoso per il vestito bianco di Marilyn che svolazza sopra a una bocchetta dell’aria.

Il film vede una vicina di casa, Marilyn appunto, decisamente  accaldata che volontariamente o no cerca di indurre in tentazione  un povero marito lasciato solo a casa dalla moglie in vacanza.

Aldilà delle connotazioni maschiliste che vedono il solito contrapporsi delle figure della moglie regina del focolare e della amante tentatrice pericolosa, ciò che mi ha fatto riflettere o meglio che è stato illuminante al mio rientro dalle  vacanze è che se non si deve lasciare mai a casa il marito ad agosto non si deve neanche lasciare la casa senza aver chiuso a 8 mani il blindato e un cane da guardia all’ingresso a fare da deterrente.

Dopo un un tour tra Austria, Germania e Repubblica Ceca di 11 giorni con una media di 8 km al gg  passati in compagnia del mio “storico” medievale preferito  avevo appagato completamente il mio bisogno di arte, cultura e freddo polare e avevo esaudito il mio sogno d’infanzia appassionata di Sissi di vedere Vienna e quello di adulta golosa di mangiare Sacher fino a scoppiare. Ho risolto anche l’arcano dei calzini con i sandali dei tedeschi: le vesciche! Cosa volevo di più dalla vita?

Insomma nulla poteva disturbare il mio stato di relax assoluto, nulla se non il fatto che mentre io ero beata beata a fare zapping televisivo in una camera di albergo in Germania, ammirando le nostre ginnaste volteggiare e sognando anche io un futuro da 5 cerchi e da body paillettoso –le Olimpiadi hanno dato alla testa pure a un’asportiva come me,  dove l’A davanti a sportiva mantiene inalterato il suo significato originario  di alfa privativo –  qualcuno quatto quatto intanto entrava in casa mia e..

Puliva tutto!

La prima reazione che ho avuto varcato la soglia  di casa è stata quella di mettermi le bustine di plastica ai piedi come si fa su in una scena del crimine: la casa era completamente sigillata, pulita, lucidata, con tutti i miei vestiti, asciugamani e ciabatte lavate, stirate e chiuse in buste trasparenti monodose profumate.ris

Per 5 minuti ho seriamente pensato che fossero entrati i RIS o i disinfestatori, ma whats app ha fugato ogni dubbio.

<< Ti è piaciuto come ho rimesso apposto la casa?>>

Quando la nuora va in vacanza…la suocera pulisce, piega e profuma. 

Cosa diranno gli storici di noi?

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Dove è finito l’uomo animale sociale di Aristotele?

Alla domanda che interroga i principali studiosi di scienze sociali  ci ha pensato l’evento mediatico del momento a rispondere… Probabilmente è stato  investito dall’uomo digitalis mentre stava cercando di prendere un Pokemon Go in mezzo al traffico cittadino!

L’evoluzione digitale dell’homo ludens, teorizzata dallo storico Huizinga nel 1938  e che vedeva il gioco come una prima forma culturale, sta facendo nascere un caso mondiale da quando questo giochino ha preso possesso delle mani e dei cervelli di molti individui.

Nel turbinio di informazioni quotidiane è veramente faticoso ricordarsi oggi cosa sia successo ieri, gli scoop e le notizie di solito si susseguono senza lasciare tempo a sedimentazione e assimilazione. Ma nonostante la memoria  sempre più selettiva non sono riuscita a cancellare dalla mia mente l’immagine di tutte quelle persone che lasciavano la macchina in mezzo alla strada, colti da improvvisa frenesia perché il proprio smartphone – alla faccia dello smart –  aveva segnalato nel raggio di un km un pokemon raro. Neanche ci fosse stata una svendita di scarpe firmate al 99% e il mio telefono mi avesse comunicato che l’unico numero rimasto era il 37 mi sarei teletrasportata così, almeno prima avrei messo le 4 frecce! 

Capisco che la solitudine e l’emarginazione dei tempi post moderni possa dare leggermente alla testa: dopo ore e ore passate al pc senza parlare con anima viva, relazioni sentimentali vissute e finite su facebook, amici di rete e un Io virtuale più figo di quello reale, grazie ad un app improvvisamente intorno a te si palesano animaletti carini e colorati, simili ai cartoni che guardavi da adolescente e allora il tuo scopo diventa prenderli tutti.

Forse io non sono abbastanza digitalis per questi tempi, ma neanche in uno dei miei  giorni più noiosi, dove chiusa in casa per un’ influenza contagiosa il mio unico divertimento è inviare mail che 9 volte su 10 non ottengono risposta e assistere all’ennesima maratona di Sex and the City mentre il mio cane finge di dormire pur di non giocare con me sarei contenta di trovarmi un Pstella che dormeokemon raro con me nel divano.

L’ultima volta che ho avuto un animalino virtuale avevo 12 anni ed era il cagnolino Bit Bit della Gig, cugino del dinosauro del Tamagotchi, e da quanto mi ricordo la nostra amicizia non è finita molto bene. Infatti è morto dopo che per qualche giorno mi sono dimenticata  di dargli da mangiare. Come si può evincere dalla foto il mio vero cane ciccione non fa Bit Bit ma Bau Bau e se non gli do da mangiare potrei rimetterci un dito.

Comunque visto che per criticare qualcosa la si deve conoscere  ho  provato a scaricare l’app per cercare di capire la follia del momento, ma il mio telefono vetusto con le schermo frantumato si è rifiutato, troppo poco smart forse!

A questo punto ai posteri e agli storici l’ardua sentenza

 

Stasera cuocio io

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Dopo due settimane “a tutto sole” posso finalmente dichiarare aperta la  stagione estiva 2016. Il caldo afoso mi sta già facendo innervosire e  con esso i classici servizi di studio aperto che ogni anno ci ricordano solertemente di bere molto, di stare all’ombra e di non uscire nelle ore più calde. Peccato che azioni quotidiane come lavorare, fare la spesa, impiegare ore in fila in un ufficio siano attività che non si possono concentrare dalle 18 alle 24 e che la mia macchina non abbia ancora previsto il gadget aria condizionata, figuriamoci quello di ombra portatile. La sauna ad 80 gradi ahimè era inclusa nel pacchetto.

Per fortuna che qualcuno ha inventato i vestiti leggeri stropicciati, una grande invenzione del nuovo millennio passata probabilmente inosservata agli uomini, ma di estrema importanza se sei una donna e accendere il ferro da stiro rischia di diventare un’impresa erculea grazie alla quale per un anno puoi evitare di fare la pulizia del viso dall’estetista.

Diciamocelo il caldo è bello quando sei sulla spiaggia col vento in faccia o nuoti  “a cagnolino” in riva al mare, ma quando sei ferma ad un semaforo rosso e ti stai sciogliendo come neve al sole non è più tanto divertente.

Un lato positivo di non essere in vacanza però c’è: in città siamo decisamente salve dalla… terrificante prova costume.
Nonostante il caldo il mio metabolismo rallentato e sonnacchioso dell’inverno fatica, superati oramai i 25 anni, a capire che si deve dare una bella svegliata, perché ben vengano carote e insalate, ma dopo 3 giorni  di dieta il mio cane ciccione comincia a prendere le sembianze di un pollo arrosto che cammina.
Stasera quindi dico basta! A costo di svenire dal caldo ai fornelli e di auto-avvelenarmi cucino io!!! Anche perché il fidanzato cuoco, a causa di una ferita all’indice della mano destra davvero debilitante, non può impugnare padelle e co.
E quando un cuoco latita, per fortuna un altro accorre in aiuto,  virtualmente parlando. Menomale che esiste 
Marco Bianchi, il cuoco salutista oramai consacrato dalla televisione e che seguo appassionatamente da anni, apprezzando  ogni sua ricetta che non preveda del tofù. ( per approfondimenti sul mio rapporto con il tofù) valdichianaoggi.it/…/non-sono-fatta-per-essere-vegetariana-7106646

Stasera, ispirandomi al mio vero colore preferito che è il rosa fucsia, provo con la sua ricetta dell’Hummus di barbabietola. Un classico hummus di ceci con l’aggiunta della barbabietola che credo di non aver mai assaggiato da sola.

Nel caso qualcuno voglia sperimentare con me queste sono le dosi.

200g di ceci lessati
100g di barbabietola lessata
1/2 scalogno
Un pizzico di cumino
4 cucchiai olio evo
Un pizzico di sale
Un pizzico di pepe
Acqua qb

Procedimento: buttate tutto nell’immersione e frullate. Potete mangiarlo temperatura ambiente con un filo d’olio su verdure o sui crostini caldi se avete il coraggio di accendere il forno.

Altolà al sudore e in alto i mestoli che tanto cuocio io! Cucinare è una parola troppo grossa per me!

Un giorno miele, un giorno cipolle

 

proverbio egiziano

 

 

 

 

Brexit o non Brexit questo era il problema e mi sembra che dopo il voto ancora si stia discutendo – strano – sul se e sul come. Quello che è certo e che potrebbe essere per l’Inghilterra l’inizio di un declino annunciato.

Un proverbio egiziano “iaum easl, iaum bisl” يوم عــــــــــــسل و يوم بــــــــــــــــــصل   “un giorno miele, un giorno cipolle” rende bene l’idea.

Non mi voglio incastrare in lunghe discussioni economico politiche che non mi competono nonostante l’appellativo di scienziato della politica che in quel posto chiamato università mi hanno affibbiato oramai 5 anni fa. Ma insieme alla pressione bassa c’è un immagine che mi perseguita da un po’ di giorni, esattamente da quando il go out ha prevalso  e non è l’immagine di me che sorrido in compio a londraagnìa dei cigni di Hyde Park…

ma bensì l’immagine del povero  Creso re della Lidia che brucia su una pira dopo la sconfitta impartita dai Persiani di Ciro. E una parola greca che incute timore al solo pronunciarla a chi ha dovuto tradurre pagine e pagine di greco antico… la  Hybris traslitterata Ubris. Parola che non ha una traduzione proprio  immediata, ma che i greci utilizzavano per esprimere “la tracotanza”, la superbia portata all’eccesso e l’ardire di voler sfidare le divinità. In parole nostrane Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino

Creso uno degli uomini più ricchi della sua epoca, come ci racconta Erodoto, amava vantarsi della sua fortuna, ma non gli bastava essere solo il più ricco, voleva essere anche il più felice fra tutti gli uomini e quando in un colloquio con Solone quest’ultimo non lo inserì nella classifica degli uomini più felici rimase profondamente infastidito.
La storia poi non finì così male per il povero Creso che comunque non morì su quella pira, e che mentre bruciacchiava  alla fine imparò la lezione che Solone gli aveva impartito …Certo, che un uomo riunisca tutte le suddette fortune, non è possibile, così come nessun paese provvede da solo a tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro è carente…

Ora cari anglosassoni se lo aveva capito Creso che il passaggio dalle stelle alle stalle potrebbe essere più diretto di quanto si pensi, lo potevate capire anche voi.

Forse un ripassino dei classici non vi farebbe male.

 

 

 

 

Un Kapuscinsky per favore

cappuccino.jpgAvete presente quel fastidioso e incessante prurito al braccio che si prova quando c’è qualcosa che ti infastidisce e che non puoi urlare ai 4 venti? Oppure quella sensazione di vuoto nello stomaco che ti sembra fame e allora mangi e rimangi per poi renderti conto che era gastrite da stress e il tuo rimpinzarti la pancia in realtà ha peggiorato la situazione?

Bene, questo è il mio status psicofisico attuale, dopo che ieri pomeriggio sono stata tre ore a spiegare a un’adolescente in periodo di esami  l’arco temporale che va dalla  Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale, sbraitando con le braccia come un giocoliere e bevendo due caffè di seguito.

Al motto di “La storia siamo noi” e con la voce di Giovanni Minoli che ripercorreva le tappe nella mia mente ho affrontato rivoluzioni, diritti duramente conquistati, regimi totalitari e guerre mondiali cercando di far capire alla mia uditrice l’importanza che questi eventi storici hanno avuto nella nostra vita e l’influenza diretta su chi siamo oggi.
E mentre sudavo l’unica camicia che avevo addosso, convinta di aver smosso qualcosa nella sua coscienza storico politica con il mio monologo, lei, candida come la  neve appena caduta, mi risponde: <<ma chi se ne frega, tanto sono tutti morti>>.

Il tonfo del mio orgoglio finito sotto i piedi probabilmente lo hanno sentito anche i vicini di fronte convinti che fosse il boato inquietante che precede un terremoto e l’espressione sul mio viso era  simile a un quadro sconosciuto che ho trovato per caso urlo di munch

A questo punto, tormentata dalle immagini di fantasmi del passato che venivano a cercare vendetta nel mio loft grigio, ho tirato fuori l’arma segreta:  “Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo” di Ryszard Kapuscinsky, forse l’ultimo libro che questo reporter e scrittore polacco dal cognome impronunciabile ha scritto prima di morire e… ho iniziato a leggere. Della serie “Quando la storia chiama Kapuscinsky risponde

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Riassumendo: Kapuscinsky spiega, come ha già fatto in molti dei suoi libri, l’importanza quotidiana che ha la storia nel lavoro del giornalista e nella vita di ognuno di noi, per sapere da dove veniamo e chi siamo, per ricordarci che facciamo tutti << parte della famiglia umana e del mondo in generale >>.

Dopo due minuti di lettura  ho abbassato l’arma segreta e sono tornata alla Rivoluzione Francese che dopo la mia tiritera moralista aveva acquistato per la mia giovane allieva un fascino improvviso, quello del “studiamola prima che riapra di nuovo questo libro”.

Buona giornata native e nativi digitali, vado al bar a bermi il secondo cappuccino della giornata e a prepararmi per il secondo step “Guerra fredda e decolonizzazione”. Se sono in difficoltà mollo tutto e chiamo Piero Angela.

 

 

 

Questione di vita o di morte

irrational man

 

Era un venerdì  uggioso di qualche settimana fa quando spaparanzata nel divano del mio loft grigio con il mio fidanzato anche lui grigio come il divano e il loft mi sono guardata Irrational Man di Woody Allen tanto per mantenere una certa atmosfera come dire “grigia”.
Nonostante le mie aspettative sui film più recenti del regista creatore di capolavori come “Io e Annie” siano state meramente tradite, ho deciso che potevo dare una seconda possibilità a Woody. O meglio la seconda possibilità gliel’ha data il mio Mr Grey, io pensavo che avrei potuto sopportare due ore di film con Joaquin Phoenix, nel peggiore dei casi avrei guardato lui!

Saltando le mie considerazioni sul film che intriso dalla stessa amoralità di Match Point è risultato migliore di quanto pensassi, l’elemento più affascinante sono le conversazioni, le frasi che il personaggio Abe Lucas, professore di filosofia, snocciola  con la stessa semplicità di chi parla del tempo al parco.

Una citazione soprattutto ha catturato la mia attenzione e non soltanto perché era di Immanuel Kant, il filosofo colpevole di avermi rovinato la media a filosofia in 2°liceo, ma perché anche se un po’ Marzulliana cela una verità profonda.“Kant diceva che la ragione umana è turbata da domande che non riesce a ignorare ma a cui non riesce a dare una risposta”

Testo originale “La ragione umana ha questo peculiare destino in un genere delle sue conoscenze: che essa viene afflitta da domande che non può respingere,perché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può neanche dare risposta, perché esse superano ogni capacità della ragione umana”.(Ragione pura A VII)

Sono effettivamente tante le domande che ci poniamo a cui non riusciamo a dare risposta. Chi siamo, da dove veniamo, perché non trovo lavoro e perché la cioccolata fa ingrassare. Domande che ci attanagliano e che nonostante i giri immensi che fanno nella nostra mente non sfociano mai in una certezza.

Tutte tranne una, a cui finalmente sono riuscita a dare una risposta.

Non ho  dormito una settimana per trovare la soluzione,  la mia vita oramai non era più la stessa da quando mi ero posta il problema di come avrei potuto vivere senza saper …..come indossare un cardigan d’estate.

Probabilmente anche voi vi state ponendo la mia stessa domanda. Ed è per questo che vi ho inserito il link che vi cambierà la vità.
Buona lettura e state tranquilli oggi avete risolto il dubbio amletico per eccellenza.

 http://www.elle.it/Moda/moda-estate-2016-cardigan-come-si-porta

Paura di volare o di cadere

volare

 

Alzi la mano chi non ha paura di qualcosa o di qualcuno. Non affannatevi a nasconderle, non ci crede nessuno! Io fifona come sono le alzo tutte e due e anche un paio prestate, se qualcuno fosse tanto gentile da concedermele.

Avere almeno una fobia è come avere almeno un vizio: necessario e salutare. 

Diffido molto di chi non ha mai paura -nemmeno dei ragni o dei temporali -perché la paura è consapevolezza dei nostri limiti, senza i quali si sfiora il superomismo nietzchiano, innocuo nei libri, ma pericoloso nella realtà.

Inoltre per dare una validità sociologica alla mia affermazione ricordo che dopotutto persino Superman volante e palestrato aveva paura della criptonite. E chi sono io appiedata e pappamolle per esimermi da uguale comportamento?

Il punto non è l’aver paura, ma la reazione che scegliamo di avere alla paura. Incrociare le braccia, dandosi per vinti in partenza o tappandosi gli occhi e saltando dall’altra parte una volta per tutte?

Io sono nata ansiosa, maniaca del controllo e ipocondriaca fino al midollo, terrorizzata dalle vertigini e convinta che una famiglia di squali assassini mi possa attaccare a Marina di Grosseto e che dagli alberi nei boschi i serpenti mi posano trasformare in una Medusa.

Insomma una diagnosi di fobica irrecuperabile.

Quando a 16 tutte le mie amiche sognavano la macchina e già guidavano il motorino con disinvoltura, io sognavo  un autista portatile.
A quei tempi la mia concezione di rischio era salire su uno scalino rialzato in discoteca con una zeppa allacciata alla caviglia.  Pericolosissimo! Non fatelo a casa!

Di salire su un aereo neanche se ne parlava, il traghetto era la mia salvezza, dove poteva andare lui andavo io. E dopo aver visitato per tre volte l’Elba ho capito che dovevo fare qualcosa e sbloccarmi. Mi sono iscritta a scuola guida e dopo essere stata rimandata a teoria e aver fatto qualcosa come 850 ore di pratica sono riuscita a prendere la patente. Evento scontato per il 99% della popolazione, ma non per la sottoscritta. Le mie amiche possono confermare l’assoluta non ovvietà del fatto che riesco tutti i giorni ad uscire di casa, montare sul mio bolide del 1998 e tornare incolume.
Negli anni ho esplorato territori circostanti e ho imparato definitivamente il dare precedenza. Ma non mi ero mai cimentata in un’impresa come quella dello scorso fine settimana, quando per partecipare a un corso di aggiornamento ho preso la macchina e ho guidato 300 km verso l’ignoto – Civitanova Marche.

La paura era sempre lì vigile a tenermi concentrata, ma sono arrivata e anche se non c’era una banda musicale ad accogliermi con uno striscione, mi sono goduta la sensazione del volo in tutto il suo splendore. Volare non è mai facile, si può sempre cadere, rimanere delusi dal risultato ottenuto, ma la soddisfazione di sfidare se stessi e vincere è qualcosa di ineguagliabile.

 

Insomma oramai guidare guido, volare volo, sfido la sorte tutti i giorni accarezzando il mio cane mordace, sono fatta coraggiosa, ma per informazione non vi azzardate mai a chiedermi di montare sulle montagne russe perché punto i piedi e giro i tacchi.
L’ultima volta a 18 anni, la mia compagna di avventure mi trascinò sopra la versione per bambini, con la conseguenza che lei mentre rideva spensierata io producevo lacrimoni degni di un Manga giapponese. Meglio tenermi la paura!chibiusa_piange

L’importanza di essere Originale

13219686_10209994050115810_549629668_nOriginale agg. e s. m. [dal latino tardo originalis, derivato di origo – origĭnis «origine»].

a. agg. e s. m.  Che non dipende o non è ispirato, suggerito da altri esempi o modelli, che non ha somiglianza con altre opere analoghe e ha quindi una sua novità, un suo carattere proprio… Uno scrittore, un artista, che non s’ispira a concetti o modelli altrui, ma trae da sé, dalla propria fantasia, idee e motivi nuovi…( dal vocabolario online Treccani)

L’originalità è una scelta di vita, una via di fuga  dagli schemi e dal diktat del  conformismo, è vivere  la propria individualità a dispetto del giudizio altrui scegliendo ogni giorno di seguire le proprie idee e passioni.   Originale è chiunque non viene ispirato da altri, scegliere quindi di essere un archetipo platoniano, l’immagine originale da cui si forma il resto delle cose reali. ( archetipo, dal greco antico ὰρχέτυπος immagine, parola composta da arché originale, típos modello, marchio.)

Oggi nel mondo dei Prosumer e del superpersonalizzato essere originali è diventato una moda, trasformandosi così in ossimoro di sé stesso. La ricerca dell’originalità a tutti costi, dal taglio di capelli, all’abbigliamento, al modo di parlare stride con il suo vero significato: siamo originali fino a che siamo uguali a noi stessi e non cerchiamo di essere copia di altri.

Ognuno ha il suo modus di esserlo –  con la penna, con le forbici, con la parola e il pensiero – ognuno ha il suo luogo in cui esserlo – la casa, il lavoro, la famiglia e gli amici.

Trovare quel luogo fisico o figurato dove l’originalità può finalmente sgranchirsi le gambe è un po’ come ritrovare il Fanciullino che è in noi e dargli libero sfogo, farlo uscire dalla routine che schiaccia, dalla routine del lamento e della settimana lavorativa, dell’attesa del venerdì sera, della buonanotte e del buongiorno al fidanzato e delle vacanze sognate tutto l’anno.

Oggi Originale mi ci sento sempre meno, meno film vecchi su cui sognare e più serie tv da seguire, meno libri su cui fantasticare e più articoli da condividere, meno poesia e più pulizia, meno libertà e più obblighi, l’importanza è però sapere di poterlo ancora essere, originale. Ovunque ci sia un lapis e un’agenda da riempire con parole e non appuntamenti, ovunque possa disegnare, colorare  e  circondarmi di persone che amo e che mi amano esattamente così come sono.

E voi dove vi sentite originali?

Dove vi sentite voi stessi?

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Sono pochi i luoghi che oggi possono vantarsi di definirsi originali. Mai scelta del nome fu più azzeccata per il negozio l’Originale ad Arezzo.

Un negozio di abbigliamento e accessori che coniuga in  unico spazio  ciò che è  di moda con ciò che non lo è, lo è stato e potrebbe esserlo. Consigliato a chi ama farsi trascinare dalla propria curiosita’ in NUOVI MONDI. In ogni stagione una nuova cornice: calda e di lana tricot in inverno, floreale come un improbabile giardino e in attesa di sorprese d’estate. Qui una vecchia sedia diventa un servomuto, un divano una coloratissima serra e una bici smette di correre per sorreggere gonne e t-shirt.

Un matrimonio tra arredamento e abbigliamento che in questo negozio ha trovato la sua giusta rappresentazione. PROVARE PER CREDERE