Paura di volare o di cadere

volare

 

Alzi la mano chi non ha paura di qualcosa o di qualcuno. Non affannatevi a nasconderle, non ci crede nessuno! Io fifona come sono le alzo tutte e due e anche un paio prestate, se qualcuno fosse tanto gentile da concedermele.

Avere almeno una fobia è come avere almeno un vizio: necessario e salutare. 

Diffido molto di chi non ha mai paura -nemmeno dei ragni o dei temporali -perché la paura è consapevolezza dei nostri limiti, senza i quali si sfiora il superomismo nietzchiano, innocuo nei libri, ma pericoloso nella realtà.

Inoltre per dare una validità sociologica alla mia affermazione ricordo che dopotutto persino Superman volante e palestrato aveva paura della criptonite. E chi sono io appiedata e pappamolle per esimermi da uguale comportamento?

Il punto non è l’aver paura, ma la reazione che scegliamo di avere alla paura. Incrociare le braccia, dandosi per vinti in partenza o tappandosi gli occhi e saltando dall’altra parte una volta per tutte?

Io sono nata ansiosa, maniaca del controllo e ipocondriaca fino al midollo, terrorizzata dalle vertigini e convinta che una famiglia di squali assassini mi possa attaccare a Marina di Grosseto e che dagli alberi nei boschi i serpenti mi posano trasformare in una Medusa.

Insomma una diagnosi di fobica irrecuperabile.

Quando a 16 tutte le mie amiche sognavano la macchina e già guidavano il motorino con disinvoltura, io sognavo  un autista portatile.
A quei tempi la mia concezione di rischio era salire su uno scalino rialzato in discoteca con una zeppa allacciata alla caviglia.  Pericolosissimo! Non fatelo a casa!

Di salire su un aereo neanche se ne parlava, il traghetto era la mia salvezza, dove poteva andare lui andavo io. E dopo aver visitato per tre volte l’Elba ho capito che dovevo fare qualcosa e sbloccarmi. Mi sono iscritta a scuola guida e dopo essere stata rimandata a teoria e aver fatto qualcosa come 850 ore di pratica sono riuscita a prendere la patente. Evento scontato per il 99% della popolazione, ma non per la sottoscritta. Le mie amiche possono confermare l’assoluta non ovvietà del fatto che riesco tutti i giorni ad uscire di casa, montare sul mio bolide del 1998 e tornare incolume.
Negli anni ho esplorato territori circostanti e ho imparato definitivamente il dare precedenza. Ma non mi ero mai cimentata in un’impresa come quella dello scorso fine settimana, quando per partecipare a un corso di aggiornamento ho preso la macchina e ho guidato 300 km verso l’ignoto – Civitanova Marche.

La paura era sempre lì vigile a tenermi concentrata, ma sono arrivata e anche se non c’era una banda musicale ad accogliermi con uno striscione, mi sono goduta la sensazione del volo in tutto il suo splendore. Volare non è mai facile, si può sempre cadere, rimanere delusi dal risultato ottenuto, ma la soddisfazione di sfidare se stessi e vincere è qualcosa di ineguagliabile.

 

Insomma oramai guidare guido, volare volo, sfido la sorte tutti i giorni accarezzando il mio cane mordace, sono fatta coraggiosa, ma per informazione non vi azzardate mai a chiedermi di montare sulle montagne russe perché punto i piedi e giro i tacchi.
L’ultima volta a 18 anni, la mia compagna di avventure mi trascinò sopra la versione per bambini, con la conseguenza che lei mentre rideva spensierata io producevo lacrimoni degni di un Manga giapponese. Meglio tenermi la paura!chibiusa_piange

L’importanza di essere Originale

13219686_10209994050115810_549629668_nOriginale agg. e s. m. [dal latino tardo originalis, derivato di origo – origĭnis «origine»].

a. agg. e s. m.  Che non dipende o non è ispirato, suggerito da altri esempi o modelli, che non ha somiglianza con altre opere analoghe e ha quindi una sua novità, un suo carattere proprio… Uno scrittore, un artista, che non s’ispira a concetti o modelli altrui, ma trae da sé, dalla propria fantasia, idee e motivi nuovi…( dal vocabolario online Treccani)

L’originalità è una scelta di vita, una via di fuga  dagli schemi e dal diktat del  conformismo, è vivere  la propria individualità a dispetto del giudizio altrui scegliendo ogni giorno di seguire le proprie idee e passioni.   Originale è chiunque non viene ispirato da altri, scegliere quindi di essere un archetipo platoniano, l’immagine originale da cui si forma il resto delle cose reali. ( archetipo, dal greco antico ὰρχέτυπος immagine, parola composta da arché originale, típos modello, marchio.)

Oggi nel mondo dei Prosumer e del superpersonalizzato essere originali è diventato una moda, trasformandosi così in ossimoro di sé stesso. La ricerca dell’originalità a tutti costi, dal taglio di capelli, all’abbigliamento, al modo di parlare stride con il suo vero significato: siamo originali fino a che siamo uguali a noi stessi e non cerchiamo di essere copia di altri.

Ognuno ha il suo modus di esserlo –  con la penna, con le forbici, con la parola e il pensiero – ognuno ha il suo luogo in cui esserlo – la casa, il lavoro, la famiglia e gli amici.

Trovare quel luogo fisico o figurato dove l’originalità può finalmente sgranchirsi le gambe è un po’ come ritrovare il Fanciullino che è in noi e dargli libero sfogo, farlo uscire dalla routine che schiaccia, dalla routine del lamento e della settimana lavorativa, dell’attesa del venerdì sera, della buonanotte e del buongiorno al fidanzato e delle vacanze sognate tutto l’anno.

Oggi Originale mi ci sento sempre meno, meno film vecchi su cui sognare e più serie tv da seguire, meno libri su cui fantasticare e più articoli da condividere, meno poesia e più pulizia, meno libertà e più obblighi, l’importanza è però sapere di poterlo ancora essere, originale. Ovunque ci sia un lapis e un’agenda da riempire con parole e non appuntamenti, ovunque possa disegnare, colorare  e  circondarmi di persone che amo e che mi amano esattamente così come sono.

E voi dove vi sentite originali?

Dove vi sentite voi stessi?

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Sono pochi i luoghi che oggi possono vantarsi di definirsi originali. Mai scelta del nome fu più azzeccata per il negozio l’Originale ad Arezzo.

Un negozio di abbigliamento e accessori che coniuga in  unico spazio  ciò che è  di moda con ciò che non lo è, lo è stato e potrebbe esserlo. Consigliato a chi ama farsi trascinare dalla propria curiosita’ in NUOVI MONDI. In ogni stagione una nuova cornice: calda e di lana tricot in inverno, floreale come un improbabile giardino e in attesa di sorprese d’estate. Qui una vecchia sedia diventa un servomuto, un divano una coloratissima serra e una bici smette di correre per sorreggere gonne e t-shirt.

Un matrimonio tra arredamento e abbigliamento che in questo negozio ha trovato la sua giusta rappresentazione. PROVARE PER CREDERE

 

E tu che di segno sei?

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C’è un tema ricorrente, un terreno condiviso, una barca in comune che contraddistingue tutti NOI  diversamente occupati: la gestione del proprio tempo libero che, facendo un breve calcolo e escludendo cibo sonno e faccende quotidiane, ammonta a circa 8 ore al giorno. Un full time a tutti gli effetti.

Tempo che ogni membro di questa categoria fortunata occupa  a visionare annunci online, inviare cv, fare colloqui e,  solo i più impavidi, a rivolgersi al Centro per l’Impiego della propria città. Pratica diversamente utile sostituita con un uso più fruttuoso del tempo: dare da mangiare ai piccioni

Ogni tanto, oltre alle mie occupazioni pomeridiane che prevedono lezioni di latino e intricati problemi di geometria da risolvere, mi dedico al mio hobby preferito. Una fonte d’ispirazione senza eguali, il momento in cui tutte le mie endorfine vengono sollecitate e la mente galoppa verso pascoli più verdi: il colloquio di lavoro. 

Tutti oramai conoscono la mia comprovata esperienza in materia, esercitata in lunghi anni di apprendistato e di consecutiva specializzazione che tanta ilarità crea tra i miei conoscenti – vedi il post  “Se io fossi… un sofà” del 19 aprile – e il mio talento nel destreggiarmi in situazione assurde stupisce certe volte anche me. Io lo chiamo talento, altri lo chiamano sfiga!

Questa volta la mia serotonina è stata messa a dura prova da un estenuante colloquio per un posto di front office.  Un’ora d’intensa conversazione in cui dopo aver snocciolato titoli e esperienze mi sono sentita commentare che non erano del tutto adeguati – il chimico nucleare della Nasa era probabilmente la loro prima scelta. Insomma oramai alla fine – della saliva – demoralizzata e con i valori di cioccolato ai minimi storici mi apprestavo mestamente a inforcare la via del ritorno quando con un effetto sorpresa degno di una sceneggiatura comica sono rientrata in lizza, rispondendo a un’ultima,ma decisiva domanda.

Il valutatore si era dimenticato di chiedermi la cosa fondamentale, il requisito imprescindibile, la competenza massima per quel posto…

Il mio segno zodiacale!

Che sciocca! Ma come ho potuto dimenticare durante un colloquio di lavoro di dire il mio segno zodiacale.

<< Salve, mi presento sono una vergine ascendente pesci, il mio pianeta di riferimento è Mercurio e che sono un segno di Terra con forti tendenze maniacali per l’ ordine e il controllo, ma l’estro e la creatività del mio ascendente di acqua stempera questo mio rigore assoluto >>. Della serie “caratteristiche particolari: vergine”

P.S:La prossima volta che qualcuno per spronarmi a continuare a cercare lavoro usa la parola resilienza – parola per la quale il mio nome è stato candidato come sinonimo dai massimi esponenti in merito –  gli faccio lo scalpo e lo appendo all’uscio di casa. In senso figurato, ovviamente.

L’arte dello shopping

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Sabato pomeriggio di shopping visivo. Io, amica bionda ingegnere e un cane femmina – non il mio – in giro per il centro a sgranchire le zampe ops gambe, in tasca 4 euro spiccioli ottimamente investiti in un supercialdone ripieno di yogurt e cioccolato fondente che stranamente non mi si è spalmato sulla faccia. Il sole caldo e il mio trench da ispettrice Gadget che aspetta in macchina il mio ritorno. La ricetta per un pomeriggio perfetto. Passeggiate lente a passo di sciatica, un cane che a differenza del mio non corre come un pazzo ovunque, ma si ferma a contemplare le vetrine evitando accuratamente quelle troppo care, chiacchiere equamente ripartite tra i problemi della ricrescita del capello bianco, il piacere di stendere i panni al sole – anche questo non il mio come il cane – e l’immancabile conversazione sui libri.

A questo idillio pomeridiano mancava solo qualcosa – oltre a una dose in più di cioccolata dentro il cono – un po’ di sano e folle shopping. Questo decisamente il mio!

Ho passato in rassegna venti negozi per cercare quello che l’amica ingegnere ha definito nel suo gergo “un cencino” che tradotto invece nel linguaggio di moda comune è un  golfino aperto sul davanti di cotone, acquisto che non è stato portato a termine, perché nessuno dei candidati aveva convinto l’acquirente.

Io nel frattempo – 2 ore – ho invece adocchiato un paio di pantaloni blu di seta scivolati con coulisse che sarebbero stati benissimo con una delle mie magline a righe per un aperitivo in stile “marinaretta spiaggiata“, un abito a Corolla rosa fucsia, 8 paia di scarpe luccicanti color oro, una tutina jumpsuit perfetta  quando ti alzi dal letto e ti prende l’ansia da abbinamento. In questa carrellata di acquisti nessuna borsa, mi bastano le mie due super trendy sotto gli occhi. Scusate ho fatto la battuta!!!

Insomma io già mi costruivo castelli in aria con una serie infinita di eventi in cui avrei potuto indossare i miei nuovi  vestiti immaginari e l’ingegnere invece  faceva l’analisi del tessuto a tutti i cardigan che gli passavano sotto mano dicendo “Cencino No Cencino Si”, bypassandoli alla fine tutti  con fare insoddisfatto. Dopo aver  maledetto il mio buon senso che mi aveva fatto lasciare a casa sotto chiave la carta di credito, ho tentato l’ultima chance: la telefonata a casa. Una telefonata strappalacrime al mio fidanzato seguita da una serie infinita di complimenti gratuiti, del tutto vani perché il traditore era dal parrucchiere a tagliarsi i capelli. Non si trova mai nessuno al momento del bisogno.

L’unico che alla fine può dire  che lo shopping visivo è stata un’ esperienza divertente probabilmente è il cane Chicca che mentre la padrona faceva il concorso a punti con i golfini se la stava spassando al sole, mentre io con il naso schiacciato contro la vetrina contavo i giorni che mi separavano dal mio compleanno. 125 giorni e 3 ore.

Se Sun Tzu se avesse scritto l’Arte dello shopping

Al rigo n° 1356 avrebbe sentenziato così: se tu non avere soldi a disposizione, tu non andare in giro per negozi, tu stare a casa!

E al rigo 3.330: se tu proprio non volere stare a casa, tu portare dietro fidanzato no amica ingegnere e cane!

 

 

Il mistero dei calzini perduti

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Da secoli e secoli uomini impavidi – al cinema – e donne coraggiose – nella realtà – hanno rischiato la vita alla ricerca di tesori nascosti, armandosi di pazienza e sguardo analitico – sempre le donne – hanno decifrato segnali criptati, seguito piccole tracce impercettibili che conducevano dopo un percorso disseminato di trappole e pericoli al traguardo. A quella famigerata X nel terreno dove si cela in ogni libro e sceneggiatura che si rispetti il tesoro dei Templari, dei Maya, dei pirati e delle molteplici dittature estinte. Fine gloriosa per gli uomini che riuscivano nella loro impresa impossibile.

Ma nulla può essere paragonato alla soddisfazione che le donne provano davanti al loro di tesoro. Inestimabile e sfaccettato, colorato e folcloristico. Quello che si ritrovano tutti i giorni in casa, nascosto nei posti più impensabili dove neanche un ladro andrebbe a controllare, trovato seguendo segnali organolettici al limite delle emissioni legali e senza l’ausilio delle più avanzate tecnologie del tutto inefficaci a individuare con estrema precisione dove il maschio di casa ha gettato utilizzando tutta la forza e la tecnica di lancio appresa in anni e anni di vita viziata… i propri calzini sporchi. <<Euréka! – urla la donna dalla camera da letto – Trovato il calzino blu a coste del mese scorso, rimasto tristemente solo dopo che il suo gemello, precedentemente recuperato, aspettava pulito nel cassetto il suo ritorno. Tutto è bene quello che finisce bene, famiglia riunita >>

E pensare che c’è gente fortunata come una mia carissima amica che non deve neanche sforzarsi di cercare calzino per calzino perchè il suo amato e previdente compagno glieli fa trovare tutti insieme dentro un armadio ammucchiati e sporchi ovviamente. Di fronte a tale vista e odore pochi sopravviverebbero, ma mai guardare il bicchiere mezzo vuoto, poteva trovare anche sorprese peggiori ad attenderla.

Regali di compleanno consigliati per le amiche in fase di pre convivenza: maschere antigas e guanti da ispezione

La finestra sul cortile

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Se non sapete dove sono chiedete alla vicina

Avete presente quella strana sensazione che  qualcuno vi stia osservando la sera mentre rientrate a casa? L’impressione di lunghe occhiate mentre annaffiate le piante dopo cena? Sentite mai quel leggero bisbiglio intorno a voi mentre parcheggiate la macchina lungo la strada? Ok. Prima che corriate alla polizia per denunciare la presenza di ladri nella zona, rilassatevi sono… semplicemente i vostri nuovi vicini di casa.

Avevo già affrontato il tema del vicinato in un mio vecchio articolo quando facevo la Rilevatrice Istat per il Censimento della popolazione del 2011 e il vicinato in quel frangente era uno strumento utile se non indispensabile a cui ricorrere per carpire informazioni. Bastava una mia semplice domanda esauribile con un si o un no e partiva il racconto dettagliato degli spostamenti di tutto il palazzo o quartiere, o collina se si trattava di campagna.

Le mie riflessioni ai tempi mi avevano portato a pensare che il vicinato nell’era digitale era tutt’altro che morto e Facebook non era l’unica piazza spiata, ma che il cortiletto davanti a casa era fulcro di lunghissime osservazioni neanche nascondesse un giacimento di petrolio.

L’interesse per questo aspetto è ritornato vivo quando mi sono trasferita nella nuova casa – quella in cui cane e fidanzato non vogliono trasferirsi per intendersi – e allora le mie sociologiche riflessioni distaccate hanno lasciato spazio a una vera e propria esperienza etnografica, mi sono calata nella parte del vicino di casa per capire i suoi usi e costumi e il risultato è che dopo un periodo di tentativi impegnativi ho capito che è più facile inserirsi in una tribù di cannibali se ne esistono ancora.

I problemi sono iniziati con i primi lavori di ristrutturazione e con uno in particolare, una piccola tenera finestra che volevo aprire nel mio cortile per areare una stanza cieca.

Se dovessi compilare una lista delle parole più utilizzate l’anno scorso probabilmente la parola finestra sarebbe al secondo posto dove al primo probabilmente troverei Ora mi butto dalla, il mio vocabolario di solito molto variegato aveva subito un impoverimento tale che rischiavo di comunicare solo con i gesti e le espressioni facciali. Le rughe ovviamente così come i capelli bianchi si sono moltiplicate nel mio viso  e quando alla fine la mia finestra sul cortile, parafrasando uno dei miei film preferiti di Hitchcock, è stata definitivamente accantonata grazie al veto dei miei vicini ho capito chi è che comanda veramente in Italia.

Un’entità misteriosa e paurosa nei confronti della quale non ti puoi appellare o invocare perdono… il Condominio. Paura e delirio in Toscana. Al Condominio tu devi chiedere qualsiasi permesso, tu al Condominio devi chiedere se puoi piantare le rose prima che il Condominio ti mandi una comunicazione dove ti avverte che con il tuo giardinaggio aggressivo hai minato il decoro architettonico dell’intero stabile. Ricordiamo che l’erba del vicino deve essere sempre più verde calle

Dopo un anno ho definitivamente messo una pietra sopra a quella finestra – e non solo in senso figurato – e sono diventata molto più cauta nel rapporto con il vicinato

Buongiorno, buonasera, qualche problema se metto un gazebo?

L’amore al tempo delle… allergie alimentari

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Il primo appuntamento con un nuovo potenziale amore è sempre accompagnato da aspettative e emozioni – entrambe valutabili con un incremento del 99% dell’acquisto di scarpe nuove nella regione di riferimento.  Nei giorni precedenti oltre ai debiti nella carta di credito  mille curiosità si affollano nella mente e non vedono l’ora di essere soddisfatte. Lavoro, hobby, famiglia, cinema, libri e preferenza per cani o gatti. Sono tantissime le cose che si vorrebbero conoscere del nostro Uscente. Termine, questo, scientifico per definire non un portiere di notte, ma un soggetto impegnato in una relazione non seria.

Ma c’è un argomento che oggi viene scandagliato e affrontato ancora molto prima di arrivare a quel fatidico giorno e che può perfino pregiudicare l’opzione per il primo appuntamento. Non tanto il credo religioso e politico, la destra e la sinistra sono oramai categorie superate dopo Renzi, ne l’appartenenza ad una religione diversa e l’amore dichiarato per i libri di Moccia creano più ripensamenti… dell’appartenenza ad un regime alimentare diverso.

Non siamo di certo tutti come Fausto Brizzi che ha sposato una vegana e si è quasi convertito al veganesimo per amore. L’ultimatum Dimmi come mangi e ti dirò se voglio uscire con te in realtà è molto più frequente di quello che si pensa. Se mi fosse capitato un vegano allergico al lattosio e nemico dei carboidrati, per scelta di vita e di trippa, probabilmente lo avrei liquidato essendo  un’onnivora dipendente da dolci, caffè e latte, di certo l’amore avrebbe fatto fatica a superare la colazionecolazione

I problemi possono nascere anche dalle prime conversazioni su WhatsApp:

LUI: Ciao. Davvero carina la foto del tuo profilo? Che cosa stai facendo di bello?

LEI: Ehi grazie, l’ho scattata al volo, solo 120 foto eliminate e  8 filtri di Instagram. Sono nel mio giardino a fare la spesa.

LUI: Faccina perplessa. Senti vorrei portarti a cena sabato sera, che ne dici se andiamo al ristorante indiano vegano senza glutine?

LEI: Faccina con goccia. Sai io non mangio cibo cotto, sono una  crudista convinta, se vuoi ti invito nel mio balcone di casa a pranzo che se siamo fortunati e c’è il sole possiamo essiccare insieme qualcosa, io te e il mio gatto vegetariano Rapa

LUI: Ha abbandonato la conversazione

LEI:Ha aperto una scatola di biscotti crudi

Ecco aldilà dell’estremizzazioni comiche queste sono le nuove dinamiche amorose nel “decennio ribattezzato dell’amore al tempo delle allergie alimentari”. Se Gabriel Garcia Màrquez  fosse vissuto oggi probabilmente avrebbe lasciato il colera per dedicarsi a raccontare l’amore tra allergie, intolleranze e regimi alimentari con un Florentino amante della cucina Primitiva – si lo so esiste anche questa – e una Fermina vegetariana macrobiotica.

Una volta si diceva Moglie e buoi dei paesi tuoi e l’accordo era già fatto. Oggi dovremmo dire Moglie e cane dei cibi tuoi e vissero tutti felici e saziati!

 

 

 

Dancing Queen

 

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Ci raccontano fin da bambine che siamo tutte delle principesse e ci crescono a pane e coroncine fino all’età della ragione ossia fino a quando, deposti gli abiti di carnevale pomposi e le trine, scendiamo dal trono e capiamo che non diventeremo mai delle regine.

Questa è la bugia più grossa a cui siamo state abituate a credere e dopo la storia di Babbo Natale che non esiste e della Fatina dei denti che non era semplicemente tirchia, segna definitivamente il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

Con gli anni accettiamo la cruda realtà in cui non c’è spazio per feste di gala, principi azzurri e inchini, ma per abiti pret a porter, party studenteschi e se siamo fortunate ci capita un crostino come Big di Sex and the City. Cenerentola e la sua scarpetta di cristallo si sono trasformate in Carrie Bradshaw e le sue Manolo Blanik. Fino a qui neanche troppo male come evoluzione!

Poi arriva il compleanno della grande Elisabetta d’Inghilterra che a 90 anni suonati non accenna a voler cedere lo scettro del potere al figlio o al nipote – probabilmente aspetta la maggiore età del bisnipote –  e non possiamo che tornare a credere alle favole.

Vestiti color pastello, uno stuolo di nipoti adornati e un piglio da fare invidia.
Una Regina che porta con onore il nome della sua antenata Elisabetta 1 e che è riuscita a traghettare la monarchia inglese nel nuovo millennio nonostante scandali e scossoni mediatici, insomma se non fosse diventata Regina, si sarebbe potuta candidare alla Presidenza dell’Onu.

Un bell’esempio su cui costruire i sogni delle tante bambine che con il loro pigiamino di Cenerentola sognano di diventare regine e sposare un giorno il piccolo George, senza dimenticare i 5 centesimi donati gentilmente dalla Fatina dei denti.

Io oramai a 30anni compiuti posso solo augurare Buon Compleanno alla Regina e continuare ad essere una Dancing Queen, ernia permettendo.

 

 

Se io fossi… un sofà


tvSe mi dovessi paragonare ad un capo di abbigliamento
probabilmente la mia scelta ricadrebbe su un tubino nero con scollo a barca e magari un fiocchetto nel punto vita. Elegante e versatile, un passepartout insomma. E giustificherei la mia scelta con il fatto che  non si hanno mai abbastanza tubini in un armadio così come non si trovano mai due calzini uguali in un cassetto.

Se mi dovessi paragonare a una macchina probabilmente sceglierei una monovolume dinamica e scattante, facilmente parcheggiabile e accessoriata al punto giusto, già con lo stereo funzionante e l’aria condizionata sarebbe un passo avanti enorme rispetto al mio rottame ereditato annata 1997.
Le macchine non sono come il vino, invecchiando non migliorano affatto. Dopo la maggiore età gli unici orizzonti che si aprono con una macchina sono il meccanico e il carroattrezzi!

Se mi dovessi paragonare ad un oggetto di arredamento mi paragonerei sicuramente ad un divano perché è il luogo dove passo la maggior parte del tempo libero – visto la mia naturale pigrizia e la dipendenza da serie televisive e film. Un bel divano, comodo e soffice dove quando ti rialzi hai la schiena che ha già fatto partire la telefonata al tuo chiropratico di fiducia.

Se paragonarsi a tutto questo vi sembra strano per non dire ridicolo sappiate che durante un colloquio di lavoro la probabilità che vi facciano queste domande è abbastanza alta, preciso ieri pomeriggio sono stata convocata a un colloquio dove mi è stato di chiesto di preparare una presentazione dettagliata di me stessa paragonandomi a un oggetto che deve rappresentare in tutto e per tutto la mia personalità. Non so come mai, ma agli addetti alle risorse umane queste domande piacciono tantissimo e la notte mentre noi poveri candidati dormiamo loro si ritrovano per decidere la prossima domanda trabocchetto.

Aldilà della reazione immediata – alzata di sopracciglio e aggrottamento della fronte – mi sono ricordata di quando anni fa in un colloquio per un negozio di articoli sportivi  mi chiesero dopo 45 minuti di analisi socio-psicologica di raccontare la mia ultima esperienza di shopping. E non potendo rispondere che l’abbigliamento sportivo aveva per me la stessa attrattiva di una zuppa di verdure quando sei a dieta, farfugliai qualcosa sulle mie favolose scarpe da running – regalate e mai usate – che mi avevano cambiato la vita in meglio. La cosa buffa è che per la legge del contrappasso alla fine ottenni anche il lavoro e… un rifornimento annuale di sneakers.

Seduta sul mio divano con ai piedi le mie francesine mi chiedo quanto sarebbe più semplice e efficace durante un colloquio fare domande del tipo “quali sono le tue capacità, ambizioni ecc?”. Qualcosa insomma che non costringa il candidato ad ispezionare la propria casa chiedendosi se sia più appropriato essere una lampada o un portaombrelli.

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Già è difficile essere se stessi, figuriamoci un oggetto inanimato.

 

Attese…

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Mentre seduta sulle scale del mio adorato loft grigio poco pazientemente attendo che l’imbianchino si palesi davanti alla mia porta,  mi sento insignita di una visione profetica e illuminante: la vita non è altro che un’eterna attesa.
Per chi fosse nei paraggi sto anche attendendo che qualche anima buona mi porti cortesemente un caffè a domicilio, magari macchiato e con un po’ di cacao.

Nonostante diciamo tutti di andare di corsa dalla mattina alla sera come se alla fine della giornata qualcuno ci premiasse con una medaglia d’oro e di non avere o mai tempo per fermarci e pensare, in realtà tra una corsa e l’altra quello che facciamo meglio è attendere.

Probabilmente chi è in fila alle Poste in questo momento potrebbe sentirsi terribilmente chiamato in causa, ma non mi sto riferendo a nessuno in particolare giuro.
Attendiamo qualcosa tutto il giorno, tutti i giorni, anche quelli che si professano “Fan assoluti del presente guai a fare piani per il futuro” – il mio fidanzato è uno di questi –  in realtà attendono sempre qualcosa.
Probabilmente che qualcuno li svegli dal torpore.

E’ insito nella natura umana proiettare la propria mente in avanti, fare progetti.
Chi non pensa alle vacanze estive a gennaio, chi non pensa quando fare quella telefonata scomoda rimandata 1000 volte, chi non pianifica nei minimi dettagli il proprio futuro per poi vederselo stravolgere da cause di forza maggiore, chi non pensa a quando sposarsi o a fare un figlio o più semplicemente chi non pensa a quanto manca alla fine dell’orario di lavoro e a cosa pregustarsi la sera per cena?  Tutti su Internet condividiamo o cerchiamo le ricette delle migliori  food blogger per poi ricordarsi alle ore 20.05, di ritorno a casa, che il frigo è vuoto e finire così per ordinare una pizza o farsi la classica pasta aglio e olio e peperoncino. Ci gustiamo tutto il giorno piatti virtuali in attesa di poter assaporarne uno in carne e ossa – verdure e gambi se siete vegani – e la maggior parte delle volte la realtà non ci soddisfa mai quanto l’immaginazione.

Siamo generazioni ambiziose bloccate da un’attesa che rischia di essere eterna, attesa che ti immobilizza e che rischia di farti perdere in elucubrazioni virtuali che poi rimangono li dove sono state concepite ossia nel tuo cervello.

Cerchiamo un segno divino – mi accontento anche di un piccione viaggiatore – che ci faccia alzare da questi scalini per decidere almeno se la direzione giusta da prendere sia scendere o salire. Un filetto in crosta con riduzione di aceto balsamico e accompagnato da patate duchesse per cena sarebbe l’ideale, ma se poi non c’è nessuno che te lo cucina è solo fantasia e… soldi sprecati.

Un po’ la vita passata in attesa è questo: fantasia e soldi sprecati. Ma non si sa mai costolette magari Cracco stasera potrebbe suonare alla vostra porta e rendere tutto reale, a me basterebbe che lo facesse in questo momento l’imbianchino visto che comincio ad avere fame e sempre meno pazienza.