5 cuori e un ettaro

Questa notte ho fatto un sogno decisamente illuminante per non dire anacronistico, complice probabilmente la puntata registrata e vista in differita del Contadino Cerca Moglie, mio nuovo must televisivo in attesa che qualche serie decente torni a riempire quella lunga ora, dalle 21 alle 22,  in cui riesco a tenere occhi aperti.

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Ero vestita in perfetto stile country  dalla testa ai piedi neanche fosse una rievocazione di La casa nella prateria e scorrazzavo felice sui campi seduta comodamente sul mio trattore. A parte l’ilarità e il paradosso della visione di me che guido  un trattore quando a malapena so guidare una Panda questo sogno mi ha effettivamente fatto riflettere se oltre all’eccessiva esposizione televisiva ci fosse dell’altro. Un bisogno di tornare alle origini, la ricerca di un locus amoenus dove iniziare una nuova vita lontana dal traffico e dalla lotta al parcheggio. 

In tempi non sospetti –  http://www.valdichianaoggi.it/blogs/oggi-mordo/meglio-andare-a-zappare-la-terra –  inneggiavo al ritorno ai campi come alternativa alla crisi economica e al caos cittadino, mi immaginavo  una casa, quattro mura esterne e un tetto, magari un camino, un piccolo portico con un vecchio dondolo arrugginito da cui poter indicare ai miei eredi l’alba. Un luogo utopico dove per mostrare una gallina non devo googlare animali da cortile nello smartphone o spiegare alle nuove generazioni che la pasta non cresce negli alberi a forma di fusillo. Per fortuna il mio sogno sarà presto realizzabile, mi mancano semplicemente due figli a carico e il gioco è fatto.

La versione moderna di 2 cuori e una capanna?

Opzione 1: tre cuori – babbo mamma e figlio – in un monolocale. Così si abbattono i costi di riscaldamento, vicini vicini.

Opzione 2: in Otto sotto un tetto versione Made in Italy. Babbo, mamma, nonno, nonna, due figli, zio zitello e il cane.

Opzione 3: la soluzione italiana al calo delle natalità e alla disoccupazione. Mamma, babbo e tre figli in un ettaro coltivabile di terreno. La casa è un optional.

Meglio non sognare la notte. Invece di portare consiglio, crea scompiglio… Anche se quegli stivali texani che indossavo  non erano affatto male

io e mucca

Tuesday is the new friday

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Dopo Orange is the new black nella mia vita è arrivata la serie tv molto realistica Tuesday is the new Friday.

Protagoniste della nuova serie alcune trentenni che tentano di incontrarsi e di non rinunciare alla propria vita sociale nonostante figli a carico, nel senso più completo del termine, compagni lagnosi a casa, lavori con orari alienanti e chat di gruppo che non fanno altro che evidenziare il risultato fallimentare dell’operazione salva vita sociale.

Siamo donne e spesso ne vogliamo fare e ne facciamo troppe.

Ma con uno sforzo titanico sono due settimane che riesco a uscire dopo le 19.30, accompagnata dalla mia mini me al seguito che preferirebbe stare a casa e completamente indifferente del desiderio della madre di fare due chiacchiere non virtuali.

E così, ridendo e scherzando, il venerdì sera si è trasformato nel martedì, nel lunedi o nel mercoledì, dove complice una buona dose di caffeina riesco a rimanere fuori fino alle 22. Un successone!

Oltre al fatto che alle 19.30 siamo io e le galline del campo davanti a cenare fuori, l’uscita serale diventa fonte d’ilarità inaspettate.

Bambine che urlano in contemporanea e organizzano a nostra insaputa un concerto per gli spettatori circostanti, vestiti perennemente sporchi dalla pappa e dal tentativo di mangiare, tagliare, inforchettare, bere con una mano sola, neanche gli equilibristi al circo, bisogni corporali espletati nel momento in cui la pizza arriva al tavolo e pezzi di pizza gentilmente spalmati in testa mentre nel tentativo di raccogliere un gioco le dolcissime mini noi afferrano con forza titanica le radici dei capelli neanche fossero liane con conseguente rischio di ospedalizzazione quando il piatto tondo e caldo della pizza si trova perpendicolare alle nostre teste ancora bloccate dalle mini manine.

Se questo non è un martedì da leoni non lo so. Il film in alcuni punti mi sembra più tranquillo.

Poi arriva la calma, sempre dopo la tempesta, e come ha fatto notare la mia amica ingegnere il momento di piscere estremo…in cui sei te e la tua Coca Cola zero e il resto scompare per un attimo.

Niente a che vedere insomma con gli orari universitari e i giorni della settimana che erano tutti venerdì

Non dire…33

In tutta la mia carriera scolastica non ho mai sofferto della sindrome da foglio bianco e invece della “scena muta” durante un esame a cui non ero preparata stordivo l’interlocutore con iperboli e supercazzole. Mi hanno dotato della parola ed è una facoltà che dai 9 mesi di vita mi piace sfruttare a pieno.

Stamani mattina però, complice anche l’orario e la mancanza di caffè ho faticato a trovare le parole. Capita anche a me, di rado, ma mi capita di non avere capacità di espressione, verbale e scritta.

Cercavo qualche frase ispirante per accettare la doppia cifra stampata a carattere grassetto nel titolo di questo post, avevo bisogno di poesia, oltre che di un caffè, prima che facebook mi facesse gli auguri di compleanno con qualche palloncino colorato in bacheca.

Dopo i 25 anni al giorno del mio compleanno si accompagna un sentimento ambivalente legato al rapporto direttamente proporzionale tra le candeline sulla torta e i miei capelli bianchi in testa. Un misto di incredulità e accettazione passiva del tempo che passa così veloce.

Certo la reazione di sorpresa di una 18enne che giorni fa mi aveva scambiato per un’universitaria, confidandomi nell’orecchio che il giorno prima aveva incontrato Justin Timberlake per le vie di Siena, mi ha un po’ rincuorato, ma poi la gastrite seguita al pranzo consumato in un posticino “ggiovane” e economico mi ha fatto rimpiangere di non essergli sembrata una 40enne.

Per evitare di dare da sola un senso a questo giorno ho googlato “aforismi sul compleanno”. Fermamente convinta di trovare frasi, aforismi, citazioni di poeti, scrittori, filosofi con cui iniziare bene questa giornata. Un click veloce e si apre una lista di aforismi, frasi, citazioni di… perfetti sconosciuti con l’unico merito di aver messo un # su Twitter.

In anni e anni di ricerche online non avevo mai visto citare Twitter come fonte e leggere insieme a Oscar Wilde e Woody Allen aforismi firmati da diavolina2000″ e via dicendo.

Mi è subito venuta una voglia matta di Baci Perugina e di “anonimo” scritto sotto un messaggio romantico.

Quindi senza una frase ispirante a darmi coraggio, affronto questo primo giorno da 33enne senza fare bilanci, ma fluttuando ancora tra giovinezza e maturità con una sola grande consapevolezza: di non scambiare mai Oscar Wilde per un utente qualsiasi di Twitter

Buffet scontato

L’abitudine è forse il peggiore dei miei vizi da quando 6 anni orsono ho smesso di fumare. Difficilmente riesco, infatti, a staccarmi dalle mie abitudini, oramai decennali!

Lo stesso taglio di capelli dal 1999, il barattolo di Nutella che attende nello scaffale il raid notturno, la serata pizza il venerdì sera, la polvere la mattina che mi da il buongiorno, Zara aperta in pausa pranzo, il mio cane Stella sempre pronto a mordermi.

Sono tantissime le cose, i gesti, le persone a cui sono abituata e che puntualmente do per scontate, sicura di trovarle sempre a rispettare la loro promessa di “esserci sempre e comunque”. Polvere compresa.

Subdola come tutti i vizi anche l’abitudine nuoce. La Nutella può finire, il venerdì sera la pizza fuori è diventata un nostalgico ricordo e le serie tv notturne hanno lasciato il passo alle ninna nanne che comunque sono accuratamente scelte dal miglior repertorio rock anni 80. Persino la povere con il mio nuovo aspiratore cordless si è estinta.

Golosa dentro, abitudinaria fino al midollo davanti al buffet degli aperitivi, abbasso sempre la guardia e mi getto sui piattini di plastica come un branco di squali sul pescato per paura che mi soffino da sotto il naso l’ultima pizzetta – homo pizzettae lupus – ma giovedì scorso tornando al tavolo con la torre di Pisa al posto del piatto ho scoperto quanto può essere nociva l’abitudine. Nonostante la miopia vedo stampato sul mio amato, seduto pigramente al tavolino, un sorriso languido e imbarazzato tipico degli uomini che si scoprono improvvisamente piacenti solo perché una donna li ha salutati.

La prima abitudine da dismettere? Il piattino riempito per gli uomini che si vergognano a fare la fila al buffet e a mangiare in pubblico neanche fossero Dame dell’800.

Ma una volta non erano loro a procacciare il cibo per le compagne?

Priorità

Quando ti rendi conto che il tuo unico argomento di conversazione è diventata la pappa verdastra spalmata sul pavimento grigio e la tua frequentazione più assidua, al di fuori degli impegni lavorativi, è quella con tua suocera ossia l’unica capace ancora di farti sorprese o meglio incursioni, capisci che è arrivato il momento di ripristinare il giusto ordine delle cose e ristabilire le tue priorità. Almeno quelle postate nel frigorifero…

Priorità 1: Saldi

Priorità 2: Saldi

Priorità 3: Saldi

La mollezza dei muscoli delle mie braccia è un chiaro segnale che negli ultimi anni il mio sport preferito si è notevolmente ridotto, come le ore di sonno dormite e il tempo libero a disposizione che non preveda la compagnia di qualche parente acquisito o l’utilizzo di uno dei miei elettrodomestici, ascoltatori sempre fedeli e mai critici.

Da che ho memoria autobiografica, ottenuto l’accesso a un credito, non ho mai saltato una stagione di saldi, invernali, estivi o di mezza stagione.
Anni di esperienza mi hanno insegnato poche, ma chiare regole da seguire religiosamente!

  1. Stabilire un budget da rispettare. Da sforare solo in rarissimi casi ossia se trovi dopo anni di ricerca disperata il tuo personale Santo Graal, un paio di Mary Jane nere numero 37.5, tacco 8 cm. A parte questi colpi di …fortuna il budget è sacro.
  2. Fare una lista. E qui la maniacalità del segno della Vergine prende il sopravvento. La lista è vita, come intimo al mio fidanzato quando andiamo a fare la spesa. Che sia cartacea o mnemonica devi sempre sapere cosa stai cercando, per trovarlo. Un po’ come quando cerchi un fidanzato, mai perdere occasioni, di abiti ovvio.
  3. Diversificare. Anche se sono tendenzialmente abitudinaria e incapace di osare… per i saldi l’ importante è diversificare. Mai spendere tutto il budget in un solo posto. L’economia va aiutata in modo equo!
  4. Guardare avanti. Come diceva Oscar Wilde “l’uomo senza un obiettivo è una bottiglia di vetro senza il sole, esiste, ma non risplende“. Non vi fossilizzate sulla stagione corrente, anche se ci sono 40 gradi all’ombra e l’idea di provarvi un maglione non vi alletta, lasciate correre la mente all’inverno successivo e portatevi avanti. Il grande freddo è dietro le porte e Natale non è poi così lontano.
  5. Camminate non correte. Come ricorda Sun Tzu nell’arte della guerra “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura”. Quindi aspettate che la massa di shopaholic che si getta nel campo di battaglia appena si aprono le saracinesche si sia sfoltita, lasciateli vincere qualche battaglia e vincerete la guerra!

Bene ora che mi sono ripassata le regole base, domani mattina fuoco alle trombe, inizia l’assedio

Io non c’ero

Sono nata stonata, priva di qualsiasi dote musicale e canora e il mio cervello oltre non aver mai colto il ritmo della metrica classica non distinguerebbe un tango da un Valzer se You Tube non lo specificasse. Aldilà di questa mancanza, la musica ha svolto un ruolo fondamentale nella mia adolescenza, Laura Pausini mi ha aiutato a superare le prime rotture sentimentali, le orecchie delle mie amiche urlano ancora pietà se ripensano alla mia versione di Incancellabile. Incancellabile il loro ricordo, direi. Per non parlare dell’interpretazione di Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler, parole inventate a caso in una lagna irriconoscibile ai più.

Grazie ai Simon & Garfunkel e alla loro Cecilia ho fatto la pace con il mio nome, i Duran Duran e ovviamente Madonna hanno dato libero sfogo al mio animo ballerino e coreografo, a causa loro la mia schiena non è stata più la stessa.

La musica che ascolto come molte cose della mia vita non supera gli anni ’90, compreso il fidanzato; i Queen, gli Abba, i Verve, i Nirvana una carrellata di gruppi che non vedrò mai dal vivo e con i quali ho vissuto i migliori momenti della mia vita. A 14 anni monitoravo i vari canali musicali dell’epoca The Box, Mtv e Videomusic per vedere per la 1000esima volta il video di November Rain e riuscivo a riconoscere alla radio Patience dal fischio iniziale, l’urlo inconfondibile di Axl Rose ha dato un nuovo significato al termine acuto.

Io e la mia compagna d’avventure sognavamo di vederli dal vivo un giorno i GNR, io mi vestivo da Axl con i miei capelli lunghissimi e lisci e con il ciuffo in parte, lei da Slash con i suoi riccioli neri e il look dark, a differenza di molti nostri cantanti e musicisti preferiti erano ancora vivi, ma le treccine di Axl e i chili di troppo che aumentavano non ci davano molte speranze per il futuro. Il sogno di vederlo cantare dal vivo era a dir poco irrealizzabile, figuriamoci insieme a Slash,  in Italia e a soli 80 km da casa mia.

Se solo me lo avessero detto 15 anni fa non ci avrei creduto e se solo mi avessero detto che per due anni di seguito mi sono persa il loro concerto avrei fatto una grossa e grassa risata accompagnata da un gesto inconsulto della mano destra.

E invece, causa gravidanza prima e allattamento ora, mi sono persa November Rain dal vivo, mi sono persa Axl in ottima forma fisica con la sua camicia da boscaiolo e Slash con la sua immancabile tuba in testa. Ma la cosa peggiore è stato che il mio odioso fidanzato è tornato alle 2 di notte sventolando contento il biglietto al suono di “io c’ero” e pensando di cavarsela con dei semplici video nel telefono. Se avessi voluto vedere Axl in video avrei rispolverato la videocassetta del concerto del 1992

Questa volta credo che oltre cucinare pranzo e cena dovrà anche lavare i piatti per farsi perdonare.

 

La fine dei pantaloni a vita bassa

Pensavo di aver accettato a mani basse l’invecchiamento quando a 26 anni dopo 13 anni di onorata frequentazione di discoteche ho detto addio alle coreografie in pista e ho dato avvio alle seratone home cooking. Tante donne e un bicchiere di vino, davanti a cui spettegolare. Ma qualche giorno fa un whatsapp vocale mi ha effettivamente aperto gli occhi sulla realtà dei fatti.

<<Ho ceduto ai pantaloni a vita alta>>

Dall’altra parte dello smartphone colei che aveva fatto dei pantaloni a vita bassa un fattore identitario persino in gravidanza e ora mi stava comunicando che, consigliata da una solerte commessa, aveva ceduto alla moda e al corpo che cambia! Cara amica benvenuta nel club dei pantaloni anni’40, benvenuta nel club dei rotolini sui fianchi e della sciatica, dì addio alla schiena scoperta e ai pantaloni che si abbassano con te.

Non è questione di moda, è solo sopravvivenza! Britney Spears non canta più I’m a Slave  4 U con i pantaloni ultraderenti e ultrainguinali!

<<La maglia dentro non la metto però>> in un messaggio successivo l’ultimo baluardo prima della resa.

C’è tempo per la camicetta dentro i pantaloni alti e le mani nelle tasche, queste sconosciute!

I WhatsApp delle 6 del mattino

Prima dell’avvento di WhatsApp trascorrevo ore e ore del giorno al telefono con le amiche. Con il telefono all’orecchio o con gli auricolari ho trascorso probabilmente i migliori anni della giovinezza e superato rotture, esami universitari stressanti, ansie da colloqui di lavoro importanti e scartato vestiti in camerino descrivendone minuziosamente il taglio, il tessuto e ovviamente il loro adattarsi al mio fisico. Tutto questo prima che i messaggi vocali e le foto in diretta entrassero nella nostra vita.

Quando non c’erano orari diversi da incastrare, fidanzati da evitare e neonati appiccicosi, il telefono era uno sport di gruppo, dove io probabilmente sarei stata candidata alle Olimpiadi. Solo l’aereo era offline in tutti i sensi! Offline anche per me!

Ma oggi con le 10.000 cose da fare e la mano destra che è meglio tenere libera per ogni evenienza ringrazio WhatsApp – chat di gruppo escluse – per darmi ancora la parvenza di avere una vita sociale e per evitare errori maldestri in camerino.

Così la mattina alle 6 mentre cerco di tenermi aggiornata con il mondo circostante leggendo l’amaca di Michele Serra posso silenziosamente commentare le ultime notizie su WhatsApp con l’amica ingegnere in treno che cerca di evitare l’effetto transumanza immergendosi in un nuovo libro e con l’altra sonnambula che probabilmente come me sveglia ad orari improponibili sta leggendo articoli online e cercando concorsi pubblici pianificando la settimana con precisione al minuto.

Così la solitudine di noi prime donne grazie alle piccole conversazioni silenziose delle 6 del mattino sembra meno grande e la mente atrofizzata da incombenze quotidiane torna a parlare di politica, letteratura e vestiti, dimenticando per un attimo le suocere!

Come andare in bicicletta

BICI

Come molti dei nati negli anni ’80 e nei primissimi anni ’90 del secolo precedente, sono cresciuta a Kinder 5 cereali,  Barbie e Bim Bum Bam. A scuola non avevo alcun ausilio digitale, se non la cancellina, la mia memoria e un discreto c… coraggio.
Quando ho iniziato la prima elementare, stretta nel banco color fondo di bottiglia con gomme da masticare appiccicate sotto come monito, Wikipedia non era neanche stata concepita e alle superiori, senza Splash Latino a salvarmi dalla pubblica umiliazione, prendevo l’autobus la mattina presto  per copiare le versioni  dalle più brave della classe che erano decisamente piu’ affidabili e non necessitavano di wifi.

Noi generazione di piccole donne con pantaloni a vita bassa e zatteroni glitterati a piedi siamo cresciute senza ansie, se non quella di abbinare l’ombretto allo smalto e incontrare un Lui con i pantaloni ancora più a vita bassa dei nostri che ci guardasse negli occhi e con il fare da uomo depresso, un mix tra Kurt Cobain e Richard Ashcroft dei Verve, ci dedicasse testi di canzoni romantiche tradotte con il vocabolario d’inglese della terza media. Oggi basta digitare”parole romantiche” su Google e il gioco è fatto.

Siamo cresciuti così e non lo rimpiango. Con questo bagaglio analogico alle spalle siamo andati all’università convinti che quello che ci avevano inculcato a scuola fosse oro colato e che la cultura e la preparazione fossero davvero importanti. Abbiamo scelto con la passione e un pizzico d’idealismo tipico dell’opulenza e poi, chi prima e chi dopo, ci siamo sbattuti con un muro chiamato crisi che ha rimescolato le carte in tavola.
A quel punto già assuefatti a Wikipedia e alla scoperta dei social network, ci siamo svegliati digitali e precari.

Da allora ci stiamo continuamente reinventando.

Da allora ci alziamo ogni mattina e aggiungiamo  una nuova esperienza al nostro curriculum.

Da allora cambiamo “divisa” per adattarci al nuovo contesto neanche fossimo un camaleonte.  Non ci lamentiamo nemmeno più o almeno io non lo faccio più, assorbita dal vortice continuo di rinnovamento che ci tiene sempre con le antenne spiegate, pronte ad alzarci la mattina e ad imparare un nuovo lavoro.

Oramai sono abituata a vivere in bilico, sospesa, in punta di piedi, a muovermi veloce per tentare di rimanere in pari con il mondo, ma che io dovessi pure rimparare ad andare in bicicletta per evitare di perdere tempo a cercare parcheggio  tra un lavoro e un altro,  questo proprio non lo accetto. 

È dal 1999; dai tempi di Britney Spears con i codini che non pedalo.

Ho googlato aforismi sulle biciclette e ho trovato questo di Einstein

La vita è come andare in bicicetta: per mantenerti in equilibrio devi muoverti

E se lo dice lui… scaricherò un tutorial da You Tube

Grey’s anatomy

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Vivendo oramai da due anni nel loft grigio ho quasi dimenticato che una volta il mio colore preferito era il rosa, declinato in tutte le sue più svariate e scioccanti sfumature.
Ad ogni fase della vita il suo colore! Il mantra “Il rosa va su tutto” è stato sostituto da “Non esiste una versione grigia di questo copriletto”?

Il mio “ingrigimento” è stato abbondantemente discusso in precedenti post, ma non ho mai svelato l’eziologia della mia nuova color addiction. E all’alba del traguardo dei 72 mesi e dei 26.280 giorni insieme è arrivato il momento di rendere pubblica la ragione, anzi il colpevole di un cambiamento cromatico così drastico…

Ovviamente lui! L‘uomo sciarpato di grigio, il mio Muso per eccellenza, il burattinaio del mio miglioramento in cucina e l’ispiratore oramai incontrastato delle mie migliori storie, “Dall’uomo che si incremava troppo” a “Caratteristiche particolari: Allergico”, l’uomo che ha fatto del colore grigio una tale vocazione da contagiare alla fine anche i capelli, suoi e miei! Il mio amato fidanzato!

Decisamente sui generis, capace di ridere perfino quando prendo in giro sua madre, non è solo un uomo dotato di molti difetti, ma è anche il mio cuoco preferito, laureato in storia, capace di parlare perfettamente tedesco e che al nostro terzo appuntamento mi citò Reds con Warren Beatty come uno dei suoi film preferiti. Al 4° appuntamento gli regalai il libro “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” e da allora lo sto ancora pregando di leggerlo. Non fa mai niente se non lo vuole veramente, non parla se non ha niente da dire, cosa per me assolutamente incomprensibile e quando pensa di aver sbagliato riesce anche a chiedere scusa senza regalare fiori, a cui ovviamente è allergico. E’leggermente sordo da entrambe le orecchie, chiamasi sopravvivenza, e ha uno stile casual chic che me lo fa riconoscere ovunque, anche perché è l’unico ad avere pure ad agosto una sciarpa grigia al collo. Non mi dice mai quello che mi voglio sentir dire, ma solo quello che maledettamente pensa. Monopolizza il televisore quando gioca la Juventus e mi fa stare in piedi per ore e ore a guardare affreschi, per obbligarlo a vivere con me ho dovuto sfoderare il classico aut aut e di matrimonio non se ne parla fino a che la Juve non vince la Champions. Adora quel mordace del mio cane, che lo adora a sua volta e odia i miei capelli volanti in giro per casa. Mi controlla se i vestiti che sto per comprare hanno difetti e riesce a svelarmi la composizione con un solo tocco della mano. 20% viscosa, 80% cotone. Mi ha sopportato in corsi di cucina e di arabo, mentre tentavo e ancora tento di cercarmi un lavoro stabile, mentre ristrutturavo casa e nelle varie incursioni iper-programmate all’Ikea. Sopporta la mia dipendenza dal telefono, i mie occhi sbarrati alle 8 del mattino di domenica e il fatto che fingo di dormire, ma in realtà compro vestiti e mobili online.

Sei anni di queste 1000 sfumature di grigio hanno rivoluzionato il mio modo di pensare e di vivere, mi hanno insegnato che un rapporto alla pari è fatto di mille lotte quotidiane, di cui molte perse e pochissime vinte e che per evitare di strangolarsi a vicenda bisogna mettere da parte tutto il pacchetto Ego: egocentrismo, egoismo…

Esercizio non facile per chi come me era talmente egocentrico da aver soprannominato il proprio incisivo storto “dente egocentrico”.

Ci sono giorni che mi guardo indietro e rimpiango con nostalgia il mio mondo colorato e scioccante, il dente egocentrico un po’ meno, i ricordi spuntano così all’improvviso come le collane hawaiane rosa durante il cambio di stagione e ti rendi conto di quante cose sono cambiate. Quell’uomo grigio un giorno di dicembre ti ha rivolto la parola e da allora niente è più stato lo stesso, le conversazioni già lunghe nella mia vita si sono fatte interessanti e il mondo è diventato grande e affascinante, da conoscere e visitare.
Le vendite della vernice grigio topo poi si sono impennate drasticamente!

Certo il grigio ha stinto un po’ il rosa, ma ci sono tantissime altre cose che hanno acquistato di colore e di vita. Certe notti insonni sogno ancora un bel fidanzato norvegese convinto della piena parità dei sessi che cambia pannolini mentre prepara la cena, ma per adesso mi accontento di chi prepara la cena e le mousse al cioccolato.