La fine dei pantaloni a vita bassa

Pensavo di aver accettato a mani basse l’invecchiamento quando a 26 anni dopo 13 anni di onorata frequentazione di discoteche ho detto addio alle coreografie in pista e ho dato avvio alle seratone home cooking. Tante donne e un bicchiere di vino, davanti a cui spettegolare. Ma qualche giorno fa un whatsapp vocale mi ha effettivamente aperto gli occhi sulla realtà dei fatti.

<<Ho ceduto ai pantaloni a vita alta>>

Dall’altra parte dello smartphone colei che aveva fatto dei pantaloni a vita bassa un fattore identitario persino in gravidanza e ora mi stava comunicando che, consigliata da una solerte commessa, aveva ceduto alla moda e al corpo che cambia! Cara amica benvenuta nel club dei pantaloni anni’40, benvenuta nel club dei rotolini sui fianchi e della sciatica, dì addio alla schiena scoperta e ai pantaloni che si abbassano con te.

Non è questione di moda, è solo sopravvivenza! Britney Spears non canta più I’m a Slave  4 U con i pantaloni ultraderenti e ultrainguinali!

<<La maglia dentro non la metto però>> in un messaggio successivo l’ultimo baluardo prima della resa.

C’è tempo per la camicetta dentro i pantaloni alti e le mani nelle tasche, queste sconosciute!

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I WhatsApp delle 6 del mattino

Prima dell’avvento di WhatsApp trascorrevo ore e ore del giorno al telefono con le amiche. Con il telefono all’orecchio o con gli auricolari ho trascorso probabilmente i migliori anni della giovinezza e superato rotture, esami universitari stressanti, ansie da colloqui di lavoro importanti e scartato vestiti in camerino descrivendone minuziosamente il taglio, il tessuto e ovviamente il loro adattarsi al mio fisico. Tutto questo prima che i messaggi vocali e le foto in diretta entrassero nella nostra vita.

Quando non c’erano orari diversi da incastrare, fidanzati da evitare e neonati appiccicosi, il telefono era uno sport di gruppo, dove io probabilmente sarei stata candidata alle Olimpiadi. Solo l’aereo era offline in tutti i sensi! Offline anche per me!

Ma oggi con le 10.000 cose da fare e la mano destra che è meglio tenere libera per ogni evenienza ringrazio WhatsApp – chat di gruppo escluse – per darmi ancora la parvenza di avere una vita sociale e per evitare errori maldestri in camerino.

Così la mattina alle 6 mentre cerco di tenermi aggiornata con il mondo circostante leggendo l’amaca di Michele Serra posso silenziosamente commentare le ultime notizie su WhatsApp con l’amica ingegnere in treno che cerca di evitare l’effetto transumanza immergendosi in un nuovo libro e con l’altra sonnambula che probabilmente come me sveglia ad orari improponibili sta leggendo articoli online e cercando concorsi pubblici pianificando la settimana con precisione al minuto.

Così la solitudine di noi prime donne grazie alle piccole conversazioni silenziose delle 6 del mattino sembra meno grande e la mente atrofizzata da incombenze quotidiane torna a parlare di politica, letteratura e vestiti, dimenticando per un attimo le suocere!

Come andare in bicicletta

BICI

Come molti dei nati negli anni ’80 e nei primissimi anni ’90 del secolo precedente, sono cresciuta a Kinder 5 cereali,  Barbie e Bim Bum Bam. A scuola non avevo alcun ausilio digitale, se non la cancellina, la mia memoria e un discreto c… coraggio.
Quando ho iniziato la prima elementare, stretta nel banco color fondo di bottiglia con gomme da masticare appiccicate sotto come monito, Wikipedia non era neanche stata concepita e alle superiori, senza Splash Latino a salvarmi dalla pubblica umiliazione, prendevo l’autobus la mattina presto  per copiare le versioni  dalle più brave della classe che erano decisamente piu’ affidabili e non necessitavano di wifi.

Noi generazione di piccole donne con pantaloni a vita bassa e zatteroni glitterati a piedi siamo cresciute senza ansie, se non quella di abbinare l’ombretto allo smalto e incontrare un Lui con i pantaloni ancora più a vita bassa dei nostri che ci guardasse negli occhi e con il fare da uomo depresso, un mix tra Kurt Cobain e Richard Ashcroft dei Verve, ci dedicasse testi di canzoni romantiche tradotte con il vocabolario d’inglese della terza media. Oggi basta digitare”parole romantiche” su Google e il gioco è fatto.

Siamo cresciuti così e non lo rimpiango. Con questo bagaglio analogico alle spalle siamo andati all’università convinti che quello che ci avevano inculcato a scuola fosse oro colato e che la cultura e la preparazione fossero davvero importanti. Abbiamo scelto con la passione e un pizzico d’idealismo tipico dell’opulenza e poi, chi prima e chi dopo, ci siamo sbattuti con un muro chiamato crisi che ha rimescolato le carte in tavola.
A quel punto già assuefatti a Wikipedia e alla scoperta dei social network, ci siamo svegliati digitali e precari.

Da allora ci stiamo continuamente reinventando.

Da allora ci alziamo ogni mattina e aggiungiamo  una nuova esperienza al nostro curriculum.

Da allora cambiamo “divisa” per adattarci al nuovo contesto neanche fossimo un camaleonte.  Non ci lamentiamo nemmeno più o almeno io non lo faccio più, assorbita dal vortice continuo di rinnovamento che ci tiene sempre con le antenne spiegate, pronte ad alzarci la mattina e ad imparare un nuovo lavoro.

Oramai sono abituata a vivere in bilico, sospesa, in punta di piedi, a muovermi veloce per tentare di rimanere in pari con il mondo, ma che io dovessi pure rimparare ad andare in bicicletta per evitare di perdere tempo a cercare parcheggio  tra un lavoro e un altro,  questo proprio non lo accetto. 

È dal 1999; dai tempi di Britney Spears con i codini che non pedalo.

Ho googlato aforismi sulle biciclette e ho trovato questo di Einstein

La vita è come andare in bicicetta: per mantenerti in equilibrio devi muoverti

E se lo dice lui… scaricherò un tutorial da You Tube

Grey’s anatomy

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Vivendo oramai da due anni nel loft grigio ho quasi dimenticato che una volta il mio colore preferito era il rosa, declinato in tutte le sue più svariate e scioccanti sfumature.
Ad ogni fase della vita il suo colore! Il mantra “Il rosa va su tutto” è stato sostituto da “Non esiste una versione grigia di questo copriletto”?

Il mio “ingrigimento” è stato abbondantemente discusso in precedenti post, ma non ho mai svelato l’eziologia della mia nuova color addiction. E all’alba del traguardo dei 72 mesi e dei 26.280 giorni insieme è arrivato il momento di rendere pubblica la ragione, anzi il colpevole di un cambiamento cromatico così drastico…

Ovviamente lui! L‘uomo sciarpato di grigio, il mio Muso per eccellenza, il burattinaio del mio miglioramento in cucina e l’ispiratore oramai incontrastato delle mie migliori storie, “Dall’uomo che si incremava troppo” a “Caratteristiche particolari: Allergico”, l’uomo che ha fatto del colore grigio una tale vocazione da contagiare alla fine anche i capelli, suoi e miei! Il mio amato fidanzato!

Decisamente sui generis, capace di ridere perfino quando prendo in giro sua madre, non è solo un uomo dotato di molti difetti, ma è anche il mio cuoco preferito, laureato in storia, capace di parlare perfettamente tedesco e che al nostro terzo appuntamento mi citò Reds con Warren Beatty come uno dei suoi film preferiti. Al 4° appuntamento gli regalai il libro “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” e da allora lo sto ancora pregando di leggerlo. Non fa mai niente se non lo vuole veramente, non parla se non ha niente da dire, cosa per me assolutamente incomprensibile e quando pensa di aver sbagliato riesce anche a chiedere scusa senza regalare fiori, a cui ovviamente è allergico. E’leggermente sordo da entrambe le orecchie, chiamasi sopravvivenza, e ha uno stile casual chic che me lo fa riconoscere ovunque, anche perché è l’unico ad avere pure ad agosto una sciarpa grigia al collo. Non mi dice mai quello che mi voglio sentir dire, ma solo quello che maledettamente pensa. Monopolizza il televisore quando gioca la Juventus e mi fa stare in piedi per ore e ore a guardare affreschi, per obbligarlo a vivere con me ho dovuto sfoderare il classico aut aut e di matrimonio non se ne parla fino a che la Juve non vince la Champions. Adora quel mordace del mio cane, che lo adora a sua volta e odia i miei capelli volanti in giro per casa. Mi controlla se i vestiti che sto per comprare hanno difetti e riesce a svelarmi la composizione con un solo tocco della mano. 20% viscosa, 80% cotone. Mi ha sopportato in corsi di cucina e di arabo, mentre tentavo e ancora tento di cercarmi un lavoro stabile, mentre ristrutturavo casa e nelle varie incursioni iper-programmate all’Ikea. Sopporta la mia dipendenza dal telefono, i mie occhi sbarrati alle 8 del mattino di domenica e il fatto che fingo di dormire, ma in realtà compro vestiti e mobili online.

Sei anni di queste 1000 sfumature di grigio hanno rivoluzionato il mio modo di pensare e di vivere, mi hanno insegnato che un rapporto alla pari è fatto di mille lotte quotidiane, di cui molte perse e pochissime vinte e che per evitare di strangolarsi a vicenda bisogna mettere da parte tutto il pacchetto Ego: egocentrismo, egoismo…

Esercizio non facile per chi come me era talmente egocentrico da aver soprannominato il proprio incisivo storto “dente egocentrico”.

Ci sono giorni che mi guardo indietro e rimpiango con nostalgia il mio mondo colorato e scioccante, il dente egocentrico un po’ meno, i ricordi spuntano così all’improvviso come le collane hawaiane rosa durante il cambio di stagione e ti rendi conto di quante cose sono cambiate. Quell’uomo grigio un giorno di dicembre ti ha rivolto la parola e da allora niente è più stato lo stesso, le conversazioni già lunghe nella mia vita si sono fatte interessanti e il mondo è diventato grande e affascinante, da conoscere e visitare.
Le vendite della vernice grigio topo poi si sono impennate drasticamente!

Certo il grigio ha stinto un po’ il rosa, ma ci sono tantissime altre cose che hanno acquistato di colore e di vita. Certe notti insonni sogno ancora un bel fidanzato norvegese convinto della piena parità dei sessi che cambia pannolini mentre prepara la cena, ma per adesso mi accontento di chi prepara la cena e le mousse al cioccolato.

Consegne moleste

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Quando dieci anni fa passavo le serate sgranocchiando biscotti,  avendo cura di scegliere quelli con più gocce di cioccolato da un barattolo formato famiglia, e costringevo la mia migliore amica a guardare a ripetizione Quel Mostro di Suocera con Jane Fonda e Jennifer Lopez probabilmente nè io e nè lei ci saremmo mai immaginate che una delle mie mille ossessioni cinematografiche sarebbe diventata realtà.  Non ho di certo il fondoschiena da un milione di dollari di Jennifer Lopez, ma io e il suo personaggio  condividiamo la stessa passione per il precariato, l’attitudine a scegliere i “cocchi di mamma” e una suocera molto ingombrante e con una piega perfetta. La mia versione è ovviamente meno patinata di quella americana e decisamente più colorita, ma sfodera con astuzia le sue migliori armi: carta di credito, ammorbidenti profumati e pasta fatta in casa.
Avrei preferito rivivere una delle trame ironiche  di Cukor, almeno mi sarei vestita anni ’40.

Durante le feste natalizie il mio amabile fidanzato mi ha irrimediabilmente contagiato con una delle peggiori influenze degli ultimi 15 anni, una settimana di febbre e tosse che non mi ha lasciato via di scampo;  con le difese immunitarie compromesse anche la mia guardia si è abbassata e la porta della mia casa si è tragicamente aperta ad un via vai di brodi di carne, tortellini fatti in casa,  minestre e qualsiasi pietanza che potesse ristorare il pargolo ammalato e la sua povera  compagna, me tapina!

Dall’influenza nefasta sono passati ben due mesi, ma il via via non si è ancora interrotto, le buste e i contenitori usa e getta hanno superato per quantità e frequenza quelli dei miei acquisti online. Oramai ogni volta che suona il campanello vengo colta da una delusione improvvisa, persino il postino si è arreso alle migliori capacità di consegna altrui. Mai un ritardo, mai una mancata consegna, mai un difetto di fabbrica.
Tutto arriva in modalità “Prime”, ma senza diritto di recesso o rimborso, caldo caldo direttamente dal forno di casa della suocera alla mia tavola e ovviamente  la considerazione per i miei gusti è assolutamente non pervenuta.
Stasera torta di mele e piccione al forno. Per me allettanti come l’olio di fegato di merluzzo. Almeno con Amazon se un prodotto non mi piace posso rimandarlo indietro una volta per tutte, per il povero piccione è troppo tardi!

 

Nate per essere principesse. Finite a fare le ombrelline

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Qualche giorno fa ho letto e condiviso un interessante articolo di Selvaggia Lucarelli sulle “ombrelline”, le donne reggi-ombrello della Formula 1, sogno erotico di molti uomini per decenni e personificazione del servilismo femminile.

http://www.rollingstone.it/sport/news-sport/quanto-ho-odiato-le-ombrelline/2018-02-01/

“Belle belle in modo assurdo” – le definirebbe Derek Zoolander – completamente mute e in piedi per ore a reggere un ombrello con 40 gradi all’ombra o diluvi universali in atto. Figure che presto rimarranno impresse solo nell’immaginario maschile. Il nuovo cambio di proprietà della Formula 1 ha infatti decretato la loro fine, la loro presenza è stata definita in contrasto con i valori e i costumi della società moderna. Alla buon ora!

Non ho mai fatto mistero delle mie opinioni sul ruolo della donna nella società e il mio disappunto sul fatto che nonostante decenni di lotte e proteste, il mondo in cui viviamo non è ancora un paese per donne. Il 6 febbraio del 1918 le suffragette inglesi ottennero il diritto di voto per le donne nel Regno Unito, 100 anni dopo questa grande vittoria l’uguaglianza sostanziale tra i generi continua ad essere un miraggio persino nei paesi occidentali dove la discriminazione è ancora una realtà tangibile e quotidiana per molte donne.

Senza entrare nel mare magnum della condizione femminile, da cui non uscirei più e in cui è facile cadere in facili banalità, quello che più mi stupisce è il contrasto con cui le bambine, le future donne vengono cresciute, i messaggi subliminali che vengono inculcati già alle neonate da padri, nonni e dalla società in generale. Nessuno dei quali annovera ombrelli da tenere in mano o altri simboli che reiterano l’immagine di una donna-oggetto.

Veniamo cresciute convinte di essere principesse, future regine, belle e sempre in attesa di un cavallo bianco all’orizzonte, servite e riverite, circondate da elogi e inchini, i nostri sogni parlano di castelli e vestiti sfarzosi, le nostre favole ci prospettano una vita piena e soddisfacente, una realtà fatta di feste, balli e dove il Principe Azzurro accorre al nostro minimo cenno nel rispetto del “vissero sempre felici e contenti”. In realta citando la mia amica ingegnere meccanico siamo molto piu brave e veloci se lo “guidiamo” noi il cavallo.

Neo-mamma di una bambina da un mese sono stata immediatamente sommersa da qualsiasi ammenicolo utile o meno per neonati, incluso un numero indecifrabile di ciucci neanche dovessi far addormentare un intero asilo. Allo stupore iniziale per la varietà di ciucci in circolazione si è aggiunta quello dovuto alla constatazione che in quelli per bambina si alternano corone, carrozze e altri simboli regali. Non che mi aspettassi di vedere uno scalpello, ma un minimo più di originalità e creatività, in alternativa alla mera favola di Cenerentola si!

Cosa accade quindi a noi piccole principesse cresciute a ciucci incoronati e inchini? Quando e come esattamente perdiamo dalle mani lo scettro del potere condiviso con il re per reggere da sole l’ombrello, per giunta con il sole?

A Natale puzziamo tutti un po’ di più

keep-calm-and-smell-good-9In un sabato sera triste e tempestoso, il freddo e il temporale minacciavano la mia povera antenna Tv e la conseguente visione di tutte le puntate arretrate delle mie serie, ma rinchiusa nell’abbraccio caldo e spumoso che solo due plaid ti possono dare non temevo nulla di male.
A rovinare il connubio idilliaco un movimento azzardato verso la scatola di biscotti che  mi ha fatto dimenticare il telecomando a due metri di distanza, irraggiungibile senza dover uscire di nuovo dal baco in cui mi ero avvolta e con il pericolo reale di imbattermi nella scatola di cioccolatini accanto. Come punizione per il mio peccato di Gola sono stata condannata, per contrappasso, alla pubblicità televisiva natalizia impossibilitata a mandare avanti o a cambiare canale, travolta da una miriade di panettoni, pandori farciti e slogan smielati.

Immune ai loro tendenziosi messaggi subliminali, grazie alla mano incollata al barattolo di biscotti, non mi sono fiondata al saccheggio selvaggio dei pandori sotto l’albero come da copione, ma la mia mente non è stata altrettanto stoica di fronte alla serie infinita di pubblicità di profumi e fragranze sponsorizzate da ogni stilista e attore in grado di apporre sopra un flacone colorato la propria firma.
Dopo tre pubblicità in meno di trenta minuti di Eau de Parfum varie, ho cominciato a pormi seriamente delle domande e ad annusarmi insistentemente.

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Che l’offerta eccessiva di profumazioni sia un modo velato per dirci che a Natale, complice la presenza di tanti parenti nella stessa stanza e la digestione di pasti elaborati, tendiamo a puzzare tutti di più?

Non mi ero mai resa conto dell’aumento esponenziale delle pubblicità di profumi sia maschili che femminili nel periodo natalizio, ma uno sguardo attento e la lontananza dal telecomando sono state illuminanti a riguardo ed effettivamente mi hanno fatto notare che il flacone di profumo nel mio bagno era oramai agli sgoccioli, in triste attesa di esalare l’ultimo respiro e di essere quindi cambiato.

Per quanto si creda quindi di essere immuni dalla frenesia del consumismo e dalla pubblicità maliziosa, non si è mai davvero resilienti ai suoi messaggi mirati.

Mi domando a questo punto se anche l’incremento delle pubblicità d’intimo maschile abbia la stessa funzione di avvertimento velato in linea con la stessa etimologia del sostantivo Mutanda,  gerundivo latino con un significato inequivocabile. Mutanda ossia “Da cambiare”!

 

 

 

The pursuit of discount

i love shoppingOggi è venerdì – oserei dire finalmente – ma non un venerdì qualunque. Probabilmente solo se avessi vissuto le ultime due settimane in isolamento forzato in una baita sopra i 5.000 metri in compagnia solo dei lupi ululanti, sarei ignara di che giorno sia oggi!
Insomma è arrivato il tanto agognato Black Friday, ennesima esportazione statunitense degli ultimi anni per incentivare gli acquisti, come gentilmente mi ricordano le icone del mio smartphone che lampeggiano da stanotte. Lampeggia, di un bel colore rosso vivo, anche il mio account bancario e non per empatia.

Il prossimo anno di questo passo, dopo l’oramai globalizzato Trick or Treat  di Halloween, probabilmente festeggeremo tutti il Thanksgiving ringraziando davanti a un tacchino, patate dolci e pane di mais i cari  Nativi Americani per averci insegnato come fare il raccolto.

Lungi da me criticare l’acquisizione dei Mores Altrui, dal  momento che ogni anno festeggio qualsiasi festa internazionale che preveda lo scambio di dolci e abbuffate in compagnia, ma per la mia mente storica l’unico giorno, targato Usa, di colore nero rimane il 24 ottobre 1929, il giovedì nero di Wall Street.

Una cosa è certa: il Black Friday funziona. La frenesia degli acquisti, stimolata da sconti decisamente allettanti  in prossimità delle feste natalizie, è un richiamo difficile da non assecondare, a meno che come  Ulisse davanti alle Sirene, non ci si faccia legare all’albero maestro di una nave – va bene anche la trave o il muro portante in casa propria –  o come la protagonista del film di “I love Shopping”non si congeli  nel freezer l’unica carta di credito ancora carica.
La logica su cui si fa leva e che ripeto FUNZIONA è quella relativa alla velocità dei nostri Tempi: quella del Mai arrivare  per secondi, quella del Treno che non ripassa, quella dell’ Ogni lasciata è  persa; la paura costante che l’occasione perduta non ritorni più. Dagli acquisti all’anima gemella, dall’opportunità di lavoro all’iscrizione all’Università siamo inondati di scadenze, di conti alla rovescia che ci fanno correre alla ricerca di un qualcosa che potrebbe non arrivare, o che ci potrebbe non interessare,ma di fronte al quale dobbiamo essere sempre pronti per non rischiare che qualcun altro se ne appropri, lasciandoci a mani vuote ad aspettare invano la staffetta acquistata a prezzo scontato dal dito più veloce.
Il mondo delle mille opportunità che ci avevano promesso, in realtà sembra diventato il mondo dell’UNICA opportunità, a cui tutti ambiscono e che premia i più veloci, non i migliori, ma solo i più veloci. La logica frenetica del consumismo ha invaso tutti gli aspetti della nostra vita, lasciandoci  con la sensazione costante di aver perso occasioni importanti tutti i giorni perché impegnati a fare altro, quando in realtà l’unica cosa che probabilmente abbiamo perso è solo il nostro presente, il nostro Tempo, unica cosa davvero preziosa e che non torna una seconda volta.
Quindi Keep Calm se perdete l’offerta del giorno su Amazon, domani è sabato e l’unica cosa che spero è che sia un Yellow Saturday. Tradotto: spero ci sia il sole!

 

 

Fino a che dura fa verdura

DSC_7027.jpgPaese che vai proverbi che trovi. Recentemente ho incontrato qualche difficoltà nello spiegare ad una mia allieva statunitense il significato del proverbio “Fino a che dura fa verdura” e non di certo per un problema di gap linguistico visto che parla italiano meglio di molti miei conoscenti e si ostina a voler imparare il congiuntivo. Dovrei presentarla alla mia amica ingegnere meccanico, da tempo impegnata in una guerra solitaria e persa in partenza contro la scomparsa silenziosa del congiuntivo dal nostro uso quotidiano.

Tornando al  proverbio  in questione mi sono data una spiegazione storico-sociologica sulla difficoltà di spiegare oltreoceano il significato di questo concetto: gli Usa sono un paese giovane, affascinato e incantato dal nostro Vecchio Mondo, ma decisamente proiettato verso il futuro e il Nuovo, in linea con la loro origine recente e autodeterminata.  Proiezione verso il futuro che il riporto giallo di Trump ha leggermente frenato.

L’espressione “Fino a che dura fa verdura” invece è la reminiscenza di una mentalità conservativa tipica di un continente, quello europeo, e di una nazione, quella italiana, che in millenni di storia si è dovuta riadattare a nuove condizioni e spesso senza uscirne indenne.
In quest’ottica ogni oggetto, alimento veniva utilizzato e riutilizzato fino a che, esalato l’ultimo respiro e completamente usurato non veniva buttato e sostituito.

L’obsolescenza rapida, oramai tratto comune del nostro tempo e la natura innovativa del paese a stelle e strisce amante dei consumi e delle novità, cozza con l’arte del riciclo e di “fare verdura” che ci ha contraddistinto per secoli e che, causa crisi, sta vivendo una nuova giovinezza nell’arredamento, nell’abbigliamento e nel recupero di ricette povere. Ribollita Docet

Ora che è prossima a tornare in quel triste posto in cui vive, gli Hamptons, perfettamente in tempo per il Black Friday e i nuovi acquisti la voglio comunque rassicurare sulla  sua grammatica italiana: chiunque riesca a reggere una conversazione di due ore con me senza ricorrere a un interprete può tranquillamente considerarsi a tutti gli effetti madrelingua. Mi dovrebbero inserire come esame per ottenere la certificazione C2!

Italiani a spegnimento rapido

italiaQuando fa più scalpore la mancata classificazione italiana ai mondiali 2018 che il gesto fascista di un giocatore con annessa maglietta della Repubblica di Salò durante un‘innocua partita di seconda categoria dilettanti giocata proprio a Marzabotto, teatro della strage del 29 settembre 1944, c’è ben poco da dire sulla natura della nostra coscienza nazionale!
E detto da me che, nutrita a pane e sociologia contemporanea mi definisco una cittadina del mondo, italiana per nascita e cosmopolita per scelta è veramente un paradosso.

Vedi: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/13/news/bologna_segna_un_gol_e_fa_il_saluto_romano_agli_ultra_vergogna_durante_la_partita_contro_marzabotto-180976247/

Lunedì sera ho assistito basita alle lacrime di Buffon che piangeva ad esclusione italiana oramai decretata, sinceramente dispiaciuto perché riteneva la sconfitta un fallimento e si scusava per la perdita di questa opportunità  importante “a livello sociale” per gli italiani.

Aldilà dell’ originale  accostamento nella stessa frase delle parole “calcio” e “importanza sociale – ho quasi sputato la cioccolata calda che stavo bevendo –  e  prendendo per buono il significato puro di “sociale” ossia “ciò che riguarda la società” e non quello di “giustizia sociale” di cui tanto oggi il nostro Bel Paese avrebbe bisogno,  i Mondiali sfumati potrebbero essere un duro colpo per la società italiana, la stessa società ancora imbonita da “panem et circenses”.

Dove sono tutti i  sostenitori dell’importanza sociale del calcio quando simboli politici tra l’altro vietati dalla nostra Costituzione e lesivi della memoria di quegli 800 morti vengono riproposti a pochi giorni dall’uso dell’immagine di Anna Frank con la maglietta della Roma a scopo offensivo? Dove sono finite tutte le lacrime, le mani al volto, i visi sconcertati, la sofferenza provata durante i 90 minuti di domenica sera nella vita di tutti i giorni? Ce ne sarebbe tanto bisogno fuori e dentro il campo da calcio.