Se io fossi… un sofà


tvSe mi dovessi paragonare ad un capo di abbigliamento
probabilmente la mia scelta ricadrebbe su un tubino nero con scollo a barca e magari un fiocchetto nel punto vita. Elegante e versatile, un passepartout insomma. E giustificherei la mia scelta con il fatto che  non si hanno mai abbastanza tubini in un armadio così come non si trovano mai due calzini uguali in un cassetto.

Se mi dovessi paragonare a una macchina probabilmente sceglierei una monovolume dinamica e scattante, facilmente parcheggiabile e accessoriata al punto giusto, già con lo stereo funzionante e l’aria condizionata sarebbe un passo avanti enorme rispetto al mio rottame ereditato annata 1997.
Le macchine non sono come il vino, invecchiando non migliorano affatto. Dopo la maggiore età gli unici orizzonti che si aprono con una macchina sono il meccanico e il carroattrezzi!

Se mi dovessi paragonare ad un oggetto di arredamento mi paragonerei sicuramente ad un divano perché è il luogo dove passo la maggior parte del tempo libero – visto la mia naturale pigrizia e la dipendenza da serie televisive e film. Un bel divano, comodo e soffice dove quando ti rialzi hai la schiena che ha già fatto partire la telefonata al tuo chiropratico di fiducia.

Se paragonarsi a tutto questo vi sembra strano per non dire ridicolo sappiate che durante un colloquio di lavoro la probabilità che vi facciano queste domande è abbastanza alta, preciso ieri pomeriggio sono stata convocata a un colloquio dove mi è stato di chiesto di preparare una presentazione dettagliata di me stessa paragonandomi a un oggetto che deve rappresentare in tutto e per tutto la mia personalità. Non so come mai, ma agli addetti alle risorse umane queste domande piacciono tantissimo e la notte mentre noi poveri candidati dormiamo loro si ritrovano per decidere la prossima domanda trabocchetto.

Aldilà della reazione immediata – alzata di sopracciglio e aggrottamento della fronte – mi sono ricordata di quando anni fa in un colloquio per un negozio di articoli sportivi  mi chiesero dopo 45 minuti di analisi socio-psicologica di raccontare la mia ultima esperienza di shopping. E non potendo rispondere che l’abbigliamento sportivo aveva per me la stessa attrattiva di una zuppa di verdure quando sei a dieta, farfugliai qualcosa sulle mie favolose scarpe da running – regalate e mai usate – che mi avevano cambiato la vita in meglio. La cosa buffa è che per la legge del contrappasso alla fine ottenni anche il lavoro e… un rifornimento annuale di sneakers.

Seduta sul mio divano con ai piedi le mie francesine mi chiedo quanto sarebbe più semplice e efficace durante un colloquio fare domande del tipo “quali sono le tue capacità, ambizioni ecc?”. Qualcosa insomma che non costringa il candidato ad ispezionare la propria casa chiedendosi se sia più appropriato essere una lampada o un portaombrelli.

portaombrelli

Già è difficile essere se stessi, figuriamoci un oggetto inanimato.

 

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Attese…

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Mentre seduta sulle scale del mio adorato loft grigio poco pazientemente attendo che l’imbianchino si palesi davanti alla mia porta,  mi sento insignita di una visione profetica e illuminante: la vita non è altro che un’eterna attesa.
Per chi fosse nei paraggi sto anche attendendo che qualche anima buona mi porti cortesemente un caffè a domicilio, magari macchiato e con un po’ di cacao.

Nonostante diciamo tutti di andare di corsa dalla mattina alla sera come se alla fine della giornata qualcuno ci premiasse con una medaglia d’oro e di non avere o mai tempo per fermarci e pensare, in realtà tra una corsa e l’altra quello che facciamo meglio è attendere.

Probabilmente chi è in fila alle Poste in questo momento potrebbe sentirsi terribilmente chiamato in causa, ma non mi sto riferendo a nessuno in particolare giuro.
Attendiamo qualcosa tutto il giorno, tutti i giorni, anche quelli che si professano “Fan assoluti del presente guai a fare piani per il futuro” – il mio fidanzato è uno di questi –  in realtà attendono sempre qualcosa.
Probabilmente che qualcuno li svegli dal torpore.

E’ insito nella natura umana proiettare la propria mente in avanti, fare progetti.
Chi non pensa alle vacanze estive a gennaio, chi non pensa quando fare quella telefonata scomoda rimandata 1000 volte, chi non pianifica nei minimi dettagli il proprio futuro per poi vederselo stravolgere da cause di forza maggiore, chi non pensa a quando sposarsi o a fare un figlio o più semplicemente chi non pensa a quanto manca alla fine dell’orario di lavoro e a cosa pregustarsi la sera per cena?  Tutti su Internet condividiamo o cerchiamo le ricette delle migliori  food blogger per poi ricordarsi alle ore 20.05, di ritorno a casa, che il frigo è vuoto e finire così per ordinare una pizza o farsi la classica pasta aglio e olio e peperoncino. Ci gustiamo tutto il giorno piatti virtuali in attesa di poter assaporarne uno in carne e ossa – verdure e gambi se siete vegani – e la maggior parte delle volte la realtà non ci soddisfa mai quanto l’immaginazione.

Siamo generazioni ambiziose bloccate da un’attesa che rischia di essere eterna, attesa che ti immobilizza e che rischia di farti perdere in elucubrazioni virtuali che poi rimangono li dove sono state concepite ossia nel tuo cervello.

Cerchiamo un segno divino – mi accontento anche di un piccione viaggiatore – che ci faccia alzare da questi scalini per decidere almeno se la direzione giusta da prendere sia scendere o salire. Un filetto in crosta con riduzione di aceto balsamico e accompagnato da patate duchesse per cena sarebbe l’ideale, ma se poi non c’è nessuno che te lo cucina è solo fantasia e… soldi sprecati.

Un po’ la vita passata in attesa è questo: fantasia e soldi sprecati. Ma non si sa mai costolette magari Cracco stasera potrebbe suonare alla vostra porta e rendere tutto reale, a me basterebbe che lo facesse in questo momento l’imbianchino visto che comincio ad avere fame e sempre meno pazienza.

Cuscini incriminati

cuscinoSono davvero fiera di avere un bellissimo rapporto con mia suocera, ciò che per molte è un ossimoro per me invece è la pura realtà. Sono davvero tanti gli interessi e gli obiettivi comuni: avere a casa propria il mio fidanzato è uno di questi. E devo ammettere con rammarico che in questa “battaglia” vince sicuramente lei per impegno, determinazione e costanza. Fino a che non imparerò ad usare l’ammorbidente profumato probabilmente la situazione non cambierà.

Saltando la ripetizione dell’ovvio clichè della madre italiana e del figlio mammone ritorno a dire che sono tante le passioni che ci legano e tra queste, in una piramide immaginaria, spicca la moda e l’arredamento. Infatti guardiamo gli stessi programmi televisivi di ristrutturazione di case, veneriamo le stesse scarpe o meglio io venero le sue, portiamo lo stesso numero di piede e se non fosse stato così avrei comunque stretto il mio nelle sue scarpe di Sergio Rossi e leggiamo D-Repubblica tutti i sabati mattina come se fosse la Bibbia.
Insomma le nostre chiacchierate sono spesso quelle di due amiche davanti ad un cappuccino, non dimenticherò mai che mi ha aiutato tantissimo quando l’anno  scorso ho ristrutturato casa e non riuscivo a decidere  tra lo stile  Country e quello Urban-newyorchese e il risultante stile “io vivo in Toscana, ma penso di stare negli Hampton” lo devo anche a lei.

Conosce perfettamente la mia fissazione per i colori e gli abbinamenti: per me accostare il nero e il blu insieme equivale a venire meno alla regola n.1 delle regole non scritte di un uso proprio del colore e infatti nella mia casina ho scelto il cromatismo perfetto fatto di grigio, bianco e nero con accenni di colore qua e là. Dove il colore spesso e volentieri è rappresentato dalla mia persona in tenuta “marinaretta”.

Insomma per venire al dunque, se potessi colorerei tutte le piante del mio giardino dello stesso tono di verde e lei lo sa, visto che me le regala puntualmente e puntualmente io le uccido come un Re Mida al contrario.
Lei sa, sa tutto, conosce i miei gusti, le mie fissazioni e l’amore per la mia casina tricolore e allora mi chiedo… no mi chiedo… ma come gli è venuto in mente di regalarmi due cuscini di seta nera ricamati con filo d’oro e fucsia, dal sapore decisamente etnico per non dire terrificante? Dove li metto io quei cuscini? Nel mio bellissimo divano grigio che posa sulle mie mattonelle color cemento o sulle graniglie vintage grigie? Vicino alla parete nera o a quella grigia? Sulla mia isola bianca e grigia? O vicino alle tende che ovviamente sono grigie?

Ora voi direte. Che problema c’è? Li nascondo, li butto, li regalo, li vendo al mercatino. Sbagliato!! Perché la prima cosa che ogni suocera fa quando entra in casa tua è ispezionare il territorio circostante con i raggi X e fare un report  di dove sono collocati i suoi regali. Ed è quello che è esattamente successo domenica mattina alle ore 12.08 quando la voce del mio ragazzo risuona dal giardino con le parole “Sono venuti a trovarci i miei” e io con uno slancio olimpionico ho tirato fuori i cuscini dall’armadio e li ho volati sul divano grigio soffocando il gridolino di dolore interno.
Menomale che abito in un loft e dalla camera al divano il volo è diretto!

 

 

 

 

 

 

 

Caratteristiche particolari: allergico

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Quando ero al primo anno di Università stipulai con il mio coinquilino una lista fondamentale che mi sarebbe servita da Mantra per gli anni a seguire: le caratteristiche del mio uomo ideale! Lo studio era come si può notare sempre il mio primo pensiero!

La lista che ho buttato un paio di anni fa in un impeto di pulizie di primavera andato a buon fine affermava che il mio uomo ideale doveva essere: alto, bello, simpatico ma non troppo, intelligente, molto molto paziente, ricco, non egocentrico, amante della storia e non permaloso. Molto paziente come ” conditio  sine qua non” per la sua sopravvivenza.

Ai tempi questo mi sembrava un gioco del tutto innocente, ma bisogna stare attenti a cosa si desidera perché prima o poi potrebbe anche diventare realtà. Ricordo alla fatina dei desideri che nel cassetto ho anche la lista dei 10 giornali dove vorrei lavorare e dei 10 eredi al trono che vorrei sposare, non si sa mai

Comunque prima di arrivare al mio fidanzato possessore di tutti i requisiti fondamentali potrei raccontare le mie esperienze amorose precedenti, dopotutto noi siamo la somma delle esperienze passate, ma credo che a parte l’ammutinamento delle mie amiche  forse neanche il il rotolone Regina che è bastato a Dante per scrivere la Divina Commedia  sarebbe sufficiente allo scopo. Senza contare che non ho intenzione di beccarmi denunce da ex fidanzati e ex suocere, dove a preoccuparmi parecchio sono ovviamente le ex suocere.

Tagliando questa parte divertentissima e ricca di aneddoti faccio un salto alla veneranda età di 26 anni quando dopo tre storie importanti, al passivo, ho incontrato il mio adorato fidanzato, l’uomo dai 10 requisiti, peccato che io ne avevo scritti solo 9.

Alto, bello, simpatico, intelligentissimo, molto paziente, non egocentrico, non permaloso e laureato in storia medievale e moderna – forse dovevo essere più specifica e scrivere espressamente storia contemporanea.
Insomma cosa potevo chiedere di più dalla vita? Finalmente un uomo con cui potevo viaggiare, parlare di tutto, discutere un’ora sulla data di una battaglia utilizzando alla fine Wikipedia come arbitro, un uomo dai mille interessi e apparentemente nessun difetto. Almeno fino a quel giorno di primavera di 4 anni fa.

Era un bellissimo giorno di maggio, il sole splendeva, gli alberi erano in fiore, gli uccellini  cinguettavano felici e innamorati e io da appassionata di pic nic e gite fuori porta avevo già preparato la borsa frigo e un thermos di caffè fumante, mi pregustavo insomma un pomeriggio di relax con il mio nuovo amore, ma nulla mi poteva preparare a …

Entro allegra nella sua macchina stranamente sigillata: aria condizionata a palla, pinguini e orsi polari nel cruscotto che mi fanno l’occhiolino, scorta di fazzoletti di carta come monito e November Rain dei GNR di sottofondo. Ancora ignara e contenta – chi sono io per giudicare il momento perfetto per ascoltare i 12 minuti di November Rain  – gli propongo di andare al parco.

Alla mia richiesta lui mi lancia uno sguardo fulminante e le parole << sei pazza io sono allergico al polline, ci rivediamo fra due mesi >> fanno cadere definitivamente il silenzio e finalmente mi si accende la lampadina  e capisco che gli occhi lucidi non erano felicità e commozione e i fazzoletti una divertente mania, ma ero all’inizio di una battaglia annuale che avrebbe richiesto enorme pazienza e la triste rinuncia alle coroncine di margherite in testa. Sono passati 4 anni e lui è ancora vivo e sempre allergico e come tutti gli anni ad un passo dal periodo incriminato, mi chiedo perché in quella maledetta lista non ho inserito 850 voci invece che solo 9.
Non siate timide costole, non indugiate sulle richieste, non abbiate paura di essere sfacciate, anche perché poi dal polline si passa all’allergia alla polvere, alle spore della muffa, alla naftalina usata nei cassetti ecc…

 

 

 

 

Pronti per il cambio di stagione?

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Le chiamano pulizie primaverili perché all’arrivo del caldo si dovrebbe fare un mucchietto delle cose pesanti e ingombranti accumulate durante  il lungo e tetro inverno – tra cui anche quei due chili di cioccolato rimasti nei fianchi – e gettare tutto dalla finestra accompagnando il gesto con l’apertura delle braccia  e un sospiro per completare il percorso di rigenerazione.
Ci farebbe davvero bene ogni anno analizzare la nostra vita e gettare ciò che non ci soddisfa più dalla finestra come la negatività  o un lavoro mal pagato, un rapporto sbagliato o lo stress, senza parlare della scopa e dell’aspirapolvere simboli di un’oppressione quotidiana di cui nessuno parla. E perché no riempire il nuovo spazio creato con nuove amicizie, un lavoro creativo e dinamico, tanto tempo per viaggiare e un robot aspirapolvere e lava-pavimenti.

In realtà è molto più difficile lasciare andare gli oggetti, i rapporti, le amicizie, un lavoro anche se insoddisfacenti, che fare quel salto nel buio alla scoperta di nuovi orizzonti o nuove marche di elettrodomestici. La liquidità del mondo di cui parla il mio sociologo preferito Bauman ha avuto una grossa battuta d’arresto nella prezzemolina crisi economica di cui tanto chiacchierano i politici.
Una decina d’anni fa, anche  per la vitalità e la compattezza della pelle dei 20 anni, arrivati a primavera buttavo t senza rimpianti il vecchio e facevo posto al  nuovo, nuove scarpe, nuovi fidanzati, nuovi lavori, convinta che questo ciclo stagionale sarebbe durato fino a mio piacimento. Con uno  dei libri di Bauman in mano inneggiavo alla liquidità del mondo e a quella presente nel mio portafoglio.

Oggi siamo cambiati, la crisi ci ha cambiato pensiero e stile di vita, guai a buttare, guai a non riciclare e guai a cambiare senza prima aver pensato e ripensato alle mille conseguenze. E così rimaniamo bloccati sul balcone a pensare, a immaginare come sarebbe  la nostra vita senza fardelli.

Ogni anno  buttiamo dalla finestra il vecchio, ma subito dopo corriamo come Bolt alle Olimpiadi sotto il balcone a recuperare tutto il nostro mucchietto con estrema cautela per paura che qualcuno  ce l’abbia rubato o che si sia rovinato. Come siamo passati da I love shopping a Homo homini lupus!

Non so se era meglio la gallina intera di ieri o l’uovo in padella oggi, forse le vacche erano troppo grasse prima e troppo magre adesso, ma lasciare  la via vecchia per quella nuova è ancora una delle cose più difficili che ci troviamo ad affrontare quotidianamente e forse è l’unica che ancora il consumismo non ci ha insegnato.

E se vedete tornando a casa qualcuno al balcone immobile non vi preoccupate… probabilmente si è solo incantato a pensare… che deve ancora pulire la casa!

Non essere fiscale!

calimero

Giuro che ci avevo sperato. Ero convinta di potercela fare. Dopo la traduzione di 3000 versi dell’Ippolito di Euripide sono davvero poche le cose che mi spaventano nella vita e cimentarmi nell’intricato mondo fiscale – addetta alla compilazione dei 730 –  mi sembrava l’ennesima sfida da affrontare a testa alta e… con qualche cero acceso in Chiesa. Tanti ceri perché ho finito tutti gli spiccioli in tasca! Ma come dire tutta cera sprecata ahimè perché ieri sera dopo 120 ore di corso e due esami intermedi mi hanno dato il risultato del terzo esame, quello che decideva chi lavorava e chi no. E ovviamente conoscendo la dea bendata che a me mi schiva sempre non sono passata per un soffio. Sigh

E allora mi sono chiesta tra me e me  – e tutte le mie amiche e il mio ragazzo e il mio cane – come sono arrivata a questo punto, alla mia ennesima delusione professionale. Perchè dopotutto io non sono davvero fatta per essere Fiscale e dentro di me l’ho sempre saputo. Probabilmente se avessi chiamato la mia banca loro me lo avrebbero detto  tre mesi fa.
Così riflettendo tra una pubblicità e l’altra di Grey’s Anatomy ho fatto un piccolissimo rewind mentale… più o meno l’equivalente di 100 proiezioni di Via Col Vento  in versione integrale. E questa è la breve storia:

Ci insegnano fin da bambini che dobbiamo sapere un po’ tutto di tutto – senza mai sapere forse niente – iniziamo un percorso, poi ci fanno notare che siamo troppo specializzati e che forse con gli studi umanistici non troverai mai un’occupazione. Peccato che prima ti avevano tutti  consigliato il Liceo Classico esaltando le proprietà eccelse… Bla Bla Bla. Allora non scegli Lettere come volevi, ma ti iscrivi a  Scienze Politiche perché a sentire tutti ti aprirà tante strade e poi scopri al terzo anno che quelle strade sono tutte strade senza uscita, ma oramai sei dentro e continui a studiare e inizi a farti delle esperienze perché l’esperienza è tutto nella vita, allora fai politica, fai volontariato, ti iscrivi a corsi di cucina, sartoria e fai lavori tanti lavori perchè oggi  la flessibilità è davvero tutto nella vita. Fai la babysitter, commessa, cameriera, insegnante privata, stagista perenne mai pagata per enti, amministrazioni, giornali e poi finalmente arrivi alla laurea a 25 anni, un anno più tardi di quanto avevi previsto, ma tanto come dicono tutti l’importante è prendere un voto sopra il 100. E te ti laurei con 106/110, quindi secondo i tutti in teoria sei apposto. Ti sfreghi le mani e pensi che ora si inizia a fare sul serio, finalmente inizia la tua vita e ti compri vestiti da donna manager e cambi anche foto del profilo su facebook qualcosa che dica sono una persona affidabile assumimi. Pensi che ti sentirai come Di Caprio sulla prua del Titanic e invece sei già la sua versione successiva, Di Caprio nelle acque gelide dell’Atlantico.

Infatti quel momento in apparenza fantastico in cui esci dall’università da laureata è invece un vero salto nel buio, niente più esami, ansie, feste passate a studiare, gastriti da abuso di caffè e coca cola, ma non hai neanche più una rete di sostegno e la meritocrazia e il riconoscimento  sono solo un mero ricordo di quanto eri tu e il professore a 4 occhi, 8 se quel giorno tutti e due avevamo gli occhiali.
La realtà è ben diversa: vai a fare un colloquio e ti dicono che non ti sei preparata abbastanza per la posizione e che in effetti 7 anni sono tanti per laurearsi. Te gli spieghi che non sono 7 anni, ma 6 avendo tu fatto la 3 più 2 e che ti sei laureata nell’appello di febbraio che fa parte dell’anno accademico in corso e poi arriva il giorno in cui smetti di dare giustificazioni a chi tanto non ti ascolta, ma cerchia solo con una matita rossa il tuo cv inserendo  punti interrogativi neanche fosse un test a crocette. Non ti perdi d’animo e vai avanti, nuovi cv, nuovi annunci, nuovi colloqui e scatta un’altra domanda a cui non eri pronta << Signorina, come mai tutti questi lavori diversi? tutte queste esperienze differenti? >> ti spiegano infatti che così sembri una persona confusa e indecisa e te, tentata di ordinare un cosmopolitan solo per rovesciarglielo in faccia, gli rispondi che gli stage non pagano, che fare la giornalista non mantiene e che anche se sai perfettamente quello che vuoi fare nella vita, ossia rubargli il posto di lavoro, ti sei dovuta rimboccare le maniche e cercare anche altri impieghi più remunerativi. E arrivi così a 30 anni che hai conosciuto tutti i tipi esistenti di s-t-r-o-n-z-i tanto che la tua amica ingegnere meccanico ti consiglia di scriverci un libro. E rimpiangi quando gli unici stronzi erano i tuoi fidanzati che ti lasciavano a casa per vedere la Juventus.
Decidi comunque di non abbatterti e  ti metti a studiare l’arabo – il mio masochismo non ha confini – e continui a tenerti aggiornata con corsi e quant’altro e ti butti in un nuovo mondo quello degli operatori fiscali e dopo  120 ore di corso, 2 esami intermedi  arrivi in fondo e per un soffio puff scartata.

Forse non “per essere fiscali”, ma forse non sono fatta davvero  per lavorare.

Vado che mi aspetta una tesina sulla letteratura romanza da consegnare al mio vero datore di lavoro: i miei alunni a domicilio peccato che non li posso inserire come sostituti d’imposta. 730 docet

 

 

Costole o spine nel fianco? Chi volete essere?

la costola di adamo

Salve a tutte mie future lettrici e anche a tutti voi abitanti di Marte naturalmente, gli uomini sono sempre ben accetti come lettori, acerrimi nemici e compagni di vita, scegliete voi la modalità preferita. Mi ritrovo a scrivere un blog dopo ben due anni di pausa forzata, ero impegnata nella faticosissima ricerca di un lavoro decente, ma dal momento che non l’ho ancora trovato e le mie speranze in merito si riducono di anno in anno – inversamente proporzionali alle rughe nel mio volto – ho pensato che non posso privarmi della cosa che mi rende più felice al mondo dopo lo shopping compulsivo e la cioccolata… ossia raccontare i cavoli miei a sconosciuti.
Le mie amiche mi implorano da tempo di riattivarmi in questa mia passione, sperando così di potermi finalmente mettere il silenzioso come lo si fa con il telefono in una riunione. Probabilmente scritta sono più divertente che ascoltata.

Comunque prima di spiegare, spero in modo non troppo contorto, il titolo del mio blog e di cosa vi narrerò “O muse” mi presento. 

Secondo l’anagrafe sono una 30enne single, laureata e disoccupata e formo un nucleo familiare composto da una sola persona – me medesima – nucleo di cui non vuole neanche far parte il mio adorabile cane che abita con i miei genitori a 100 metri da casa mia. Alla faccia del migliore amico dell’uomo. Il mio cane è talmente grasso che è migliore amico solo del cibo. Torneremo sul mio cane “Stella la Sanguinaria” in un altro momento.
Certo che presentata così – grazie anagrafe – sembro un pessimo affare a tutti gli effetti e non mi stupisce che non siano i dipendenti comunali a scrivere le biografie. Anche se nel periodo in cui ho lavorato gratuitamente allo Stato Civile ricordo che ero super ispirata dalle storie che “casualmente” captavo e dal fatto che potevo sapere tutto di tutti dove i tutti di quel periodo erano ex e affini. Peccato che ciò che mi ha impedito di diventare una scrittrice di successo con una di quelle storie fantastiche sia stato il fatto decisamente rilevante del totale segreto professionale. Un’altra carriera stroncata!
Dopo quell’esperienza ho avuto la certezza che stare zitta per me era proprio un problema e che dietro le poche informazioni lapidarie che di noi rimarranno chiuse in un libro polveroso c’è un mondo nascosto e allora ho scelto di  fare la giornalista e l’impicciona. Alla mia lista di deterrenti – single, disoccupata ecc – mancava solo questo: voler fare la giornalista in un mondo di giornalisti e soprattutto volerla fare anche seguendo un’etica e una coscienza. Risultato? Iscritta all’albo dopo 10 anni di sbattimento e ora a casa a leggere gli articoli degli altri. E su questo triste punto vi spiego il titolo.
Perché Costola di Adamo? In primis perché è un film molto carino con la coppia di fatto Katherine  Hepburn e Spencer Tracey – sono decisamente anacronistica – e perché ogni donna almeno una volta nella vita si è chiesta perché non sia nata uomo o perché non si faccia mantenere da uno di questi. Mi ritengo una femminista convinta e credo fermamente nelle pari opportunità tanto da scriverci una tesi, ma non mento, più di una volta nella vita me lo sono chiesto se fosse stato più facile nascere uomo o se sarebbe più facile adeguarsi a certi stereotipi femminili, e più di una volta nella vita mi sono risposta che anche se sarebbe stato tutto più semplice, sarebbe stato tutto molto più noioso. Oggi rispondo così, domani quando probabilmente andrò a fare un colloquio dove mi chiederanno se ho intenzione di riprodurmi a breve, me lo richiederò ancora. Il mio blog rubrica parlerà quindi di noi Costole e del rapporto con i tanti Adamo della nostra vita e della scelta quotidiana di ciò che essere, mere costole, spine nel fianco o quant’altro.
Parlerà di me ovviamente, con qualcuno dovrò pure sfogarmi, e delle mie disavventure e esperienze quotidiane nella costante ricerca di una realizzazione personale e professionale. Magari un giorno vi immedesimerete, un giorno morirete dal ridere e un giorno penserete che avete di meglio da fare di leggere una sconosciuta sul web che crede di essere la Sophie Kinsella dei poveri, ma l’importante è che mi leggiate, perchè adoro sentire  di nuovo questo fastidioso rumore di tasti sotto le mie dita. Buona giornata Costolette