Sotto la cenere

Sono l’unica addetta alla comunicazione che si fa dare imbeccate dal proprio capo, informatico di nascita, comunicatore per vocazione.

“Ministeriale” è un modo gentile con cui appella i miei comunicati stampa e le newsletter, colpevoli di essere freddi come il ghiaccio, poco coinvolgenti.

Ho trascorso una vita a frenare il mio carattere esuberante, a limitare la frenesia del mio cervello e delle mie parole, a 14 anni ho scelto il Liceo Classico per cercare di dare una forma quadrata ai miei pensieri convessi, per cercare di incasellare la mia mente in schemi più tradizionali e per imparare a vivere dentro le righe senza invadere il foglio con la mia penna rosa.

Non sono stata un’alunna molto diligente in questo, compiti in classe indecifrabili e colorati, assenze non sempre giustificate, impegno minimo indispensabile e la convinzione presuntuosa che la punteggiatura come l’altrui comprensione fossero degli optional.

Non è stato il Liceo a chiudermi in una casella, nè l’Università, nè le mille esperienze lavorative e le relative delusioni, è stata la lettura e la scrittura a smussare i miei angoli e a nascondere il mio ego, l’estro dentro le virgole.
Sotto la cenere il fuoco brucia sempre, quando scrivo a mano le righe non esistono più, le parole si susseguono in diagonale e le sillabe assomigliano a geroglifici che comprendo solo io, ho bisogno che gli appunti abbiano la stessa forma caotica che è nella mia mente, prima di diventare lineari e condivisibili.

Dallo scrivere una versione in rosa a essere definita Ministeriale, il salto è stato lungo e non senza fatica: ho studiato, imparato e ascoltato le critiche, ho capito che la genialità non è trasgredire le regole, ma dare forma alle proprie idee e renderle comprensibili.

La scrittura ha seguito e riflesso ogni cambiamento della mia vita, ogni delusione e ogni vittoria, è cresciuta con me e mi ricorda chi sono e da dove vengo.

Il giornalismo mi ha insegnato la semplicità e l’essenzialità, le pubbliche relazioni e la comunicazione mi hanno insegnato a non scrivere mai in negativo, a trasformare ogni negazione in un’affermazione, a creare una possibilità anche quando l’unica opzione è un mero NON.

La scrittura negli anni mi ha insegnato come esprimere me stessa, come affrontare le mie più profonde paure, mi ha insegnato a costruire e a immaginare un futuro. In questo momento di chiusura, di immobilismo, scrivo principalmente per lavoro, meno per piacere. Faccio la ministeriale, racconto di altro e di altri.
Il mio narrare è in pausa di riflessione, in pausa da Covid come le nostre vite, scoppietta sotto la cenere, come la voglia di sgranchire le gambe e di abbracciare il mondo.

Il terrore negli occhi

Ho visto il terrore negli occhi nell’uomo che non si spaventa mai, nell’uomo che fa del suo Aplomb grigio una missione.

Ho visto il viso solitamente impassibile prendere forma in un’espressione di terrore e sgomento.

Ho visto un uomo googlare freneticamente le parole rughe, cuscino, dormire di fianco dopo la mia lettura del seguente articolo.

Google non ha sortito l’effetto rassicurante sperato, non c’è prova evidente che dormire nel fianco possa neutralizzare anni e anni di creme antirughe maschili, l’uomo in grigio dorme in parte, ma stando attento a voltarsi ogni tot per evitare l’effetto abbronzatura, almeno così le rughe si diffondono in modo equo su entrambi i lati.

Un po’ di vento non fa male

Nel mio rarissimo tempo libero, mi diletto a recensire film in una testata online, esprimendo come sempre il mio personale punto di vista.
Non potevo non condividere qui, nella mia casa virtuale, le recensione del mio film preferito: Gone with the wind, di cui inserisco anche un versione velocizzata, per coloro che inspiegabilmente non l’hanno ancora visto.

Sono cresciuta a tè delle 5 e Via Col Vento. Le 4 ore all’anno passate a guardare questo colossal rientrano nella Top ten delle ore meglio spese nel mio tempo libero. 4 ore in cui almeno è sicuro che non sto comprando scarpe.
Il film vale la pena di essere visto solo per sopracciglio alzato di Vivien Leigh e il ghigno ironico di Clark Gable. Nessun altro avrebbe potuto impersonare meglio i protagonisti del libro della Mitchell. E dopo aver letto le oltre 1000 pagine del libro ho una certa cognizione di causa. La mia mente labile di bambina si innamorò al primo sguardo della capricciosa, bellissima, spavalda, coraggiosa e scomoda Rossella O’ Hara. Ho sognato d’indossare fino all’adolescenza quei vestiti a ruota e i relativi mutandoni, poi mi sono fatta deviare dai pantaloni a vita bassa e dalle zeppe.
Via col vento è un film complesso, ci vorrebbero più di 4 ore solo per descriverlo: è un film storico, un film di guerra, è un film d’amore, è un’epopea, è un mito nel senso ovviamente greco del termine. La guerra entra crudele nella vita amena del Sud, uccide, distrugge e ricostruisce case, aziende e persone.
In questo caos sociale si muovono i personaggi primari e secondari, la famiglia di Rossella e altre famiglie del Sud. Tra tutti ovviamente spicca lei, Rossella. Una protofemminista in un mondo maschilista, un mondo duro e difficile che ha tirato fuori la sua parte più forte e la trasforma da ragazzina viziata in Donna. Tacciata come spietata e insensibile, è semplicemente una donna che decide e agisce, e ovviamente sbaglia.
Sbaglia sicuramente oggetto del desiderio, perché Ashley non è che l’ideale, il principe azzurro che poi nella pratica è utile solo per danzare a un ballo. Cieca in questo suo amore adolescenziale non vede l’amore vero, l’amore di Rhett che la conosce meglio di qualunque altro e che di lei ama proprio la forza e i difetti. Ubriaca e in lutto dopo la morte di Franco, finalmente accetta di sposare Rhett, ma presto ricade nel gioco perverso che la condurrà all’infelicità. Ashley rappresenta quel mondo che oramai non le appartiene più e che non vuole lasciare andare. Solo alla fine, morta l’eterna amica nemica Melania, si rende conto che quell’uomo che le diede una pistola in mano per tornare a casa, era l’uomo giusto nel momento sbagliato, l’uomo che non la voleva donzella da aiutare, ma la voleva compagna di avventure.
Lui alla fine come tutti sappiamo si è stancato di aspettarla e se ne va, infischiandosene della sua illuminazione. Ma Rossella oramai sa, ha capito chi è e cosa vuole. Dopotutto domani è un nuovo giorno di possibilità e dopo che per sfamarti hai mangiato radici di carote e ti sei vestita con una tenda, dalla vita puoi tutto, anche riconquistare un uomo.

Ho sbagliato tutti i regali

Perché non ne sapevo niente? Come si suol dire sono arrivata “Dopo i fuochi”

Troppo impegnata a capire la nuova colorazione della Toscana e a calcolare l’eccentricità della curva pandemica, ho perso la notizia del mese.
E io che mi taccio di essere una persona informata, non ho davvero nessuna scusa per aver ricevuto indirettamente dal Nerd, non più viaggiatore, la rivelazione dell’esistenza di questo libro.

Cosa stavo facendo di così importante per non accorgermi di questo oggetto irrinunciabile che mi avrebbe risolto in un colpo solo tutti i dubbi amletici su i Regali di Natale.

Su Amazon il libro sull'ammirazione per Salvini, ma sono tutte pagine  bianche

Un libro ovviamente vuoto.

In un periodo in cui rido meno, come tutti, ci voleva un po’ della geniale freschezza di questo fantomatico analista politico. Mai recensioni di un acquisto mi erano sembrate più divertenti.

Alcuni si inchinano al genio di colui che ha ideato questa particolare pubblicazione, altri delusi e indignati, convinti di trovare all’interno l’elenco delle qualità del loro personaggio politico preferito, hanno espresso tutta la loro disapprovazione.

Già l’inserimento della dicitura Piacevolmente Onesto doveva far presagire qualcosa agli ignari acquirenti che si sentono truffati dalla pubblicità ingannevole.

La morale che traiamo dalla vacuità dell’oggetto in questione, dall’utilizzo di strategie comunicative ingannevoli?

Cercherò di essere criptica.
Chi la fa, l’aspetti

Femministe si diventa

Jean-Étienne Liotard
La bella cioccolataia, 1745, Dresda

Ricordo benissimo il momento in cui, nella noia delle mattinate scolastiche che si ripetevano uguali – io che facevo finta di prendere appunti mentre invece scrivevo il mio blog antelitteram nella Smemo – uno squarcio di interesse oltrepassò il mio orecchio stanco e destò la mia attenzione al di sopra del punto fisso in cui spesso mi addormentavo.
La protagonista della Mirandolina di Carlo Goldoni è stata la vera e propria figura femminile, dopo Fantaghirò e Lady Oscar, a suscitare in me oltre che ilarità una prima riflessione sulla parità dei sessi. Ciò che per me era normale amministrazione cominciò a prendere forma e ad avere un nome ben definito: pari opportunità.
I miei studi universitari e il mio impegno nel sociale in tutti questi anni hanno avuto origine in quegli anni adolescenziali e ovviamente con colei che mi ha cresciuto a Pane e indipendenza, mia madre E.M.C.F, la donna che per abbreviare il nome conviene usare un acronimo.

Nonostante il fatto che se oggi Matteo mi chiedesse in sposa improvviserei un vestito e un matrimonio in 24h, non dobbiamo dimenticare che se il matrimonio è ora una libera scelta, nel nostro passato non troppo lontano e nel presente di ancora molti paesi per molte donne non è una scelta d’amore, ma uno strumento di controllo o sottomissione.

Spesso mi sento ripetere dalle Piccole Donne che frequento che sognano di farsi mantenere da un marito ricco da grandi. Certo avere una vita piena è stancante, conciliare tutto è una MISSION IMPOSSIBLE in cui nemmeno Tom Cruise riuscirebbe, ma la libertà personale, la libertà di scegliere e di determinare la propria vita per ogni individuo è il miglior auspicio.
Quindi mie Piccole Costolette leggete…


LA LOCANDIERA – C. Goldoni
MIRANDOLINA – Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor
Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi
sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico
come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere
capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare
con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma
disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É
nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà
ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi
sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di
picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La
nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio
piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la
mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A
maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo
onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non
m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di
amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e
conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo
la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura

Tralasciando il fatto che poi alla fine Mirandolina ceda alle conformità dell’epoca e si sposi il cameriere della sua Locanda poco importa, bastano poche parole del 1752 a suscitare nelle menti più giovani qualche riflessione in più, visto che oramai Fantaghirò non è più in onda.

Bonus 2020

Super fungo | Mario Wiki | Fandom
Bonus 2020

Una delle parole più utilizzate in abbinamento a questa fortunatissima annata, targata 2020, è sicuramente la parola BONUS.
Nonostante le mie radici classiche quando pronuncio la parola BONUS non penso alla sua etimologia latina e al suo utilizzo oramai comune nel gergo italiano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è quel suono, quasi una droga, che si sentiva quando Mario chiappava le monetine gialle, più ne prendeva e più poteri aveva, fino ad ottenere una vita bonus e poter giocare ancora un turno.

L’altro giorno la mia amica ingegnere mi ha reso partecipe, ovviamente tramite whatsapp – luogo virtuale dove ormai si interfacciano tutti i miei rapporti extrafamiliari – di una sua riflessione. Una delle tante contenute nei messaggi delle 6 del mattino. Non ho ritrovato l’audio, ma più o meno diceva così: se sfanghiamo questo 2020, ci tocca il bonus!!!

Bambine al primo anno di materna con un sistema immunitario ancora da sviluppare, gestione familiare e lavorativa già faticosa in situazioni normali e in annate normali, prospettive future incerte o incertissime, rari momenti di svago, senza dimenticare i soliti problemi che si incollano come una cozza.
Un quadro pre Covid-19 impegnativo, appesantito poi dal Lockdown, dalle restrizioni, dall’isolamento dei mesi di chiusura e dallo smart working che con dei minori in casa è una sfida all’ultimo capello, quelli che rimangono ancora attaccati alla testa dopo giornate eterne. Il mio contratto già precario potrebbe essere inghiottito dal buco nero dell’ennesima crisi, tanto dal 2008 ne stavamo uscendo solo adesso.

Abbiamo respirato aria di libertà nei mesi estivi, buttando fuori tutto quel fiato trattenuto nel periodo in cui i 200 mt erano l’unica meta possibile, ma sorpassato Ferragosto, quella data prevista per la riapertura delle scuole, a ricordare l’inizio dell’autunno risuonava nelle nostre menti come un monito, 14 settembre, 14 settembre. Con un atto di fede tutti abbiamo riniziato, andando avanti invece che indietro non senza dubbi, non senza ansia, con il coraggio di chi non vuole perdere la speranza.

Siamo vicini alla fine di questo 2020, questo lunghissimo anno strano, quasi doppione di quello del precedente secolo, i mesi autunnali e invernali saranno impegnativi, come Mario dovremo saltare ostacoli e scavalcare tartarughe minacciose stando attenti che non ci colpiscano di ritorno, l’obiettivo sono quelle monetine, quell’insieme di piccoli traguardi che cumulati ci fanno vincere ancora un turno.

Chi sfanga quest’anno vince un Bonus, un Bonus Universale, una monetina gigante. Ce lo meritiamo perchè affrontare questo 2020 equivale a trovare il Super Fungo quello che aveva il potere di trasformarci in Super Mario. YES,WE CAN

Il giorno in cui mi sono fatta Bionda

Ho un bell’articolo sulla scuola e sull’ importanza che riveste nella vita di qualsiasi individuo che un giorno voglia essere chiamato cittadino, ma è ancora lì in bozza – vediamo quanto dura questa scuola- in uno stato non pubblicato come il film UNPOSTED sul backstage della Ferragni. Solo che le mie bozze a differenza di tutti i suoi UNPOSTED rimangono bozze, raramente vedono la luce, a differenza dei sui outfit unpublished e del suo retroscena finito direttamente sugli schermi oltre che sui social.

Non è ovviamente questa una critica nei confronti della nota influencer, ma un semplice riflessione sulla diversa considerazione di cosa è veramente NON PUBBLICATO. Ad esempio un mio articolo NON è stato mai PUBBLICATO sulla Repubblica e sul mio amato D inserto del sabato. Qui ho usato correttamente il significato dell’espressione e a differenza della prima frase, vi è palesemente una critica. Non potrei mai criticare la Ferragni dopo che da ieri condividiamo così tanto.

C’è un giorno nella vita di ogni trentenne in cui ti stufi di vedere sempre la stessa faccia allo specchio. Premesso che se la mia faccia fosse rimasta quella dei miei 20 anni forse non mi sarei mai stufata. Idem per il fisico dei 25.
Arriva il giorno in cui tutto l’Universo o le allucinazioni di cui sei vittima ti indicano una nuova strada – quando non trovi la macchina nel parcheggio però tutto tace.
Un’illuminazione improvvisa ti cambia prospettiva, distruggendo tutte le tue certezze indissolubili, un nuovo bivio si prospetta di fronte a te e invece di percorrere la stessa strada rodata, metti la freccia e svolti, verso l’ignoto.
I tuoi dubbi svaniscono e ti fai condurre verso quel mondo fatto di strane macchine, di alluminio e di calore, dove le voci intorno a te si affievoliscono e tutto sembra ovattato.
Due ore dopo la scelta è stata oramai compiuta, non senza momenti di sconforto e molte titubanze, non senza la convinzione che la strada vecchia e rodata, calda e accogliente prima o poi ti ri-accoglierà.

Ieri coraggiosa, dopo questo salto letteralmente nel buio, avrei potuto conquistare il mondo.
Questa mattina, meno spavalda mi sono svegliata e guardandomi allo specchio ho detto: Cxxxo I’m blond!!!

Gli anni più belli

Venerdì tra una pausa pranzo e una pausa pre-cena, menomale che c’è il forno che cucina al posto mio, ho guardato Gli anni più belli, l’ultimo film di Muccino con un cast di tutto rispetto. Provare per credere.
Il film, nonostante i bravissimi attori, non mi ha particolarmente entusiasmato, ma solo per il fatto che mi sembra di averlo già visto e devo ancora capire se è un bene o un male, quando un film ti sembra familiare.

Una storia lunga trent’anni.

– l’adolescenza fatta di passioni forti ed emozioni vissute a pieno, scelte che sembrano eterne, ideali che nel giro di pochi anni si infrangeranno contro la realtà quotidiana neanche fossero onde sugli scogli di qualche spiaggia anonima.

– La fase della maturità o quella che così dovrebbe essere proprio per l’avanzare dell’età, la fase più difficile in cui ti sembra di stare in bilico perenne, tra ieri e il domani perchè l’oggi è un turbinio di obblighi, doveri, impegni e stanchezza che ti hanno fatto allontanare da chi eri un tempo alla ricerca di quel nuovo Io che dovrebbe dare un senso al tutto.

Poi finalmente la fine della corsa, la fase della riflessione, quella in cui appunto smetti di correre, smetti di mentire, smetti di tradirti e capisci improvvisamente cosa è importante, neanche fosse stato aramaico fino al giorno prima.

– La fase della rivelazione, del recupero, quella in cui recuperi il tempo perso dietro all’orgoglio, alle bollette, all’effimero, recuperi il sonno perchè oramai il più è fatto, nel bene o nel male. La fase della consapevolezza dove non ti fa più paura guardare negli occhi la ragazza che eri a 17 anni e i suoi sogni, dove hai compreso le scelte e gli sbagli dell’età di mezzo e hai fatto finalmente luce in quel turbinio buio di eventi che sembravano susseguirsi senza senso.

Quali siano gli anni più belli il film non lo chiarisce, una certa predilezione si percepisce nei confronti dell’età pura, l’adolescenza, verso la freschezza dei volti e dell’amicizia vera, ma niente lascia intendere quale sia davvero la fase più bella.
Gli anni più belli? Forse quelli che stiamo vivendo Hic et Nunc, ricchi di contraddizioni e difficoltà, ma unici e incomprensibili.

Stanotte entro ufficialmente nell’età di mezzo, nell’età in cui Dante vagava nella selva oscura, mi manca il mio IO del passato come mi manca l’aria, mi manca la sua spensieratezza e mi mancano le ore di sonno ancora di più, non ho la lucidità per comprendere a pieno questi anni “pieni” e impegnativi, dove scegliere non è mai veramente un atto libero e incondizionato e dove la razionalità calpesta come un carro armato la passione.

Ufficialmente nella terra di mezzo, in questo strano 2020, la scelta che mi attende è ballare o rimanere in ballo.

In attesa di capire come comportarmi, un augurio verso Me stessa, al cubo, è doveroso.

Buon compleanno a Me, Cecilia dagli occhi pieni di Paillettes che danzi libera in attesa di realizzare i tuoi sogni, auguri a me Cecilia over 50 che guardi il passato con un sorriso e senza più paura danzi nel presente, Auguri a me Cecilia 35enne che per la forza e il coraggio di danzare sotto la pioggia, ti ammiro.

Stand By

Non viaggiare per un anno o forse più. Non ci sto pensando, sono concentrata nella mia routine quotidiana, nel ripetersi di giorni pesanti e più lenti, rinchiusa nel mio quartiere, indaffarata tra la casa e il lavoro smart, mamma a tempo pieno come non sono mai stata.

I miei pensieri non vanno oltre queste poche vie di quasi campagna, gli orizzonti si sono fermati a 200 m o poco più, non riconosco la mia immagine di viaggiatrice nelle foto su Facebook, nell’armadio i miei vestiti da turista sono momentanemante accantonati in un angolo, come a riflettere sul da farsi.

La particolare condizione di fermo di questo particolarissimo periodo mi fa risuonare nella testa una frase o meglio una poesia:

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

Ungaretti, Soldati, 1918

In stand By precario come le foglie in autunno, immobili, ma per quanto, prima di compiere il salto? Un giorno, una settimana, un mese, non si sa.
La rappresentazione della precarietà, della fragilità umana, di una consapevolezza che solo con il Viaggio di solito riesco a scacciare, vivendo davvero l’attimo e il presente, bello davvero, quello lento e veloce a seconda delle emozioni e non degli impegni.

Il viaggio che sia vicino o lontano è un’attitudine, è la curiosità perenne, è la scoperta gioiosa e la stanchezza ripagata. Il viaggio, l’attesa del viaggio nel mondo di prima era lo stimolo che mi faceva andare avanti, la luce in fondo al tunnel, il premio a fine corsa. Risparmi di un anno felicemente spesi perchè finalmente con i miei pantaloncini da tedesca, la mia pashmina, i miei sandali di pelle colorati e le mie righe da marinaretta mi riconnettevo con me stessa, con la mia vera natura, con il mio occhio vivace e curioso, con le mie gambe da camminatrice, con la bellezza di questo mondo.

L’unico viaggio che compirò quest’anno sarà introspettivo, sarà un viaggio nei volti che già conosco, alla riscoperta di oggetti di casa dimenticati, e di desideri repressi.

Prendo una pausa, prendiamo una pausa, ma torno, torniamo. Dai 200 m a piedi ai 2000 km in macchina è un attimo, speriamo!

L’amore è come un Bonsai

Non finirò mai di ringraziare Wikipedia per rispondere da anni ad ogni mio dubbio e domanda esistenziale e per giustificare, in questo caso, un dono d’amore incompreso.

Bonsai
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

I bonsai (盆栽? lett. “piantato in vaso piatto”[1]) sono alberi in miniatura, che vengono mantenuti intenzionalmente nani, anche per molti anni, tramite potatura e riduzione delle radici[2]. Con questa particolare tecnica di coltivazione si indirizza la pianta, durante il processo di crescita, ad assumere le forme e dimensioni volute, anche con l’utilizzo di fili metallici guida, pur rispettandone completamente l’equilibrio vegetativo e funzionale.

Il 29 aprile di 7 anni orsono, in perfetta coerenza con la mia natura pigra e tirchia, ho regalato per il primo anniversario con il mio Puccio una piantina con un bellissimo vaso dal sapore orientale. A dire il vero mi piaceva il vaso, la piantina era del tutto superflua.
Un regalo, pensavo, poca spesa e tanta resa e invece come accade spesso con il mio compagno quello che penso io non è mai indice di quello che penserà lui, anzi spesso è l’esatto contrario. Quindi come il 99% dei regali che gli ho fatto in 8 anni anche questo fu accolto con un tiepido sorriso condito da un punto interrogativo. Nel biglietto, in fase creatrice di contenuti pubblicitari, avevo scritto che la piantina che avevo scelto eravamo NOI e che sarebbe cresciuta proprio come il nostro amore.

Come eravamo

Convinta di aver fatto un regalo originale gli avevo sorriso sorniona e aggiunto a quanto già detto nel biglietto << Vuoi mettere una banale cena fuori? Ti ho regalato la pianta del nostro amore>>

La risposta di Lui, inequivocabile. << Cecilia non crescerà. E’ un bonsai>>

La mia totale ignoranza in materia botanica e la totale distrazione che mi contraddistingue non mi aveva fatto considerare che quella piantina in quel bel vaso fosse un Bonsai, ma dopotutto era il gesto quello che contava, il pensiero dietro il regalo, il vero regalo. Insomma il regalo era il vaso.

Dopo un anno di non curanza di LUI e le cure di mia suocera, demandata da Puccio ad annaffiare il nostro amore, ho preso in affido il vaso e la pianta, prima che si seccasse definitivamente

Qualche anno fa il bel vaso orientale si è rotto e non l’ho aggiustato, i cocci rotti l’ho buttati. Ho provato a seguire l’arte del Kintsugi giapponese di riparare le ceramiche rotte con l’oro, utilizzando invece la magica attack, ma il risultato penoso.
Volato il vaso, è rimasto solo il Bonsai, vivo e vegeto, con le sue foglie verdi, ed è cresciuto 10 cm in 7 anni.

Come siamo

Diffidente che non era altro, glielo avevo detto che sarebbe cresciuto come il nostro amore.

Dopotutto cos’è l’amore se non un pianta che cresce piano piano se annaffiata regolarmente, fatta un po’ arieggiare e riposare per raggiungere l’equilibrio vegetativo e funzionale?

Buon anniversario Puccio