Io corsivo e tu?

Sono un po’di anni che noto, sempre per la solita indole a non farmi gli affari miei, che le nuove generazioni hanno completamente smesso di scrivere in corsivo.

E chissene?

Beati coloro che non si fanno domande assurde come Marzullo…

Incolpiamo anche per questo le nuove tecnologie?
Il mio povero pc non si merita anche questa accusa, lo smartphone oramai capro espiatorio dell’impoverimento linguistico forse. Il paradosso però vuole che l’uso dello stampatello sia in controtendenza alla velocità della comunicazione odierna, dettata proprio dalle nuove tecnologie.
Ma dopotutto chi scrive oramai solo per il gusto di scrivere? Per il gusto di vedere la propria impronta su un foglio cartaceo, di sporcarsi con l’inchiostro blu il dito medio. Siamo rimasti in pochi, vecchi dentro.

Qualcuno nel mare magnum del web si è posto il mio stesso interrogativo e ha analizzato il fenomeno.

Alla base del rifiuto verso la calligrafia dove già nella sua etimologia è espressa l’ idea del kalos ( bello) alcuni hanno individuato la paura delle nuove generazioni di sbagliare e di esporsi. Un’ insicurezza quindi che li porta a preferire una scrittura omologata come quella dello stampatello piuttosto che un’inflessione che rivela di loro più di quanto vogliono comunicare al mondo.

Sono lontani i tempi in cui a scuola si faceva a gara per finire di scrivere più veloce i dettati e si cercava di copiare la scrittura delle ragazze più grandi finendo inevitabilmente per fare un mix tra font diversi. Oggi regna sovrano un solo e unico modello: lo stamp-atello, stampato, codificato, uguale a sè stesso, non c’è più spazio per riccioli vezzosi e innovazioni stilistiche, non c’è più analisi della grafia che decifri la personalità dello scrittore dalle lettere e dalla loro unione.

Troppa paura di essere sè stessi o poca abitudine a esprimersi nella carta oltre che sui social?

I ruggenti anni ’20

I capelli corti alla Anna Wintour, piume di struzzo come se piovesse, vestiti diritti e con la vita bassa perfetti per le senzatette come me e non parliamo delle scarpe, le Mary Jane.

Ho sempre voluto vivere nei ruggenti anni ’20 che di ruggente avevano proprio la frenesia della scoperta di un mondo nuovo, sempre più libero dalle costrizioni, dai corsetti e dalla campana di vetro della Belle Epoque. Un mondo nuovo in cui si affacciavano le giovani donne che cercavano un’ affermazione fuori dalle mura casalinghe e che iniziavano ad esprimere una propria femminilità scoprendo le caviglie e tagliandosi i capelli corti.

The roaring twenties erano proiettati al futuro piuttosto che al passato, troppo pesante della Prima Guerra Mondiale che si erano lasciati alle spalle. Si festeggiava, si ballava, si innovava, nella moda, nell’arredamento, nell’arte.

In tutti i campi si correva verso il futuro a tempo di Charleston.

Roaring

La prima guerra mondiale aveva spazzato via la Bella Epoque, il locus amoenus, il mondo dei sogni, l’idillio. Ma con essa anche la staticità e le vecchie regole. Il mondo si era affacciato al nuovo. Il dinamismo puro degli anni ’20, forse ultimo baluardo di una visione positiva del progresso.

Arrivò infatti il giovedì nero della borsa, il maledetto crack del 1929 e il progresso si arresto’. Arrivò la recessione e poi la ripresa, un nuovo corso che aveva oramai perso quello spirito ruggente dei mitici anni ’20.

Tutti poi conosciamo le vicende storiche che si sono susseguite nel secolo breve Hobsbawm, le guerre fredde e calde, il boom economico, la rivoluzione Hippy, i Queen, ma per la mia immaginazione quelle piume di struzzo in testa, i lustrini, le immagini intense del cinema muto, l’art Deco, la frenesia, la bellezza della vita ruggente, della vita presa a morsi non hanno eguali.

Ho sempre voluto vivere negli anni ’20, ma forse dovevo specificare dello scorso secolo.

Buon inizio decennio. Siate ruggenti!!!