
Ristrutturazione n.1
Ho seguito personalmente entrambe le ristrutturazioni edilizie della mia prima e della seconda casa, ho interagito con muratori, elettricisti e idraulici sapendo esattamente cosa chiedere e cosa avrei voluto ottenere. Uno dei miei hobby preferiti del sabato pomeriggio è montare i mobili di quella nota marca di mobili che ha fatto dell’assemblaggio a domicilio uno Status Symbol e dopo anni di semplice supervisione, sto pensando di raccogliere l’ascia delle precedenti generazioni e impugnare il trapano, diventando la designata ufficiale di casa a fare buchi nel muro.
Eppure quando entro in una ferramenta, parlo con un tecnico o sono dal meccanico, io sono semplicemente una delegata per il mio interlocutore che, invano, resta in attesa del vero intestatario della commissione, allungando lo sguardo in cerca della figura maschile che nella sua mente mi dovrebbe raggiungere a momenti.
Sono una donna, è ovvio che dovrei pensare di più al giardinaggio o alla cucina che ai lavori di casa.
Non sanno che per me non ci sono ruoli definiti, dentro casa o fuori casa, qualsiasi cosa decido di fare, dal cucire un calzino bucato al riverniciare un mobile lo faccio senza chiedere il sostegno dell’altro sesso, tra l’altro entrambe le cose mi sono state tramandate da mio padre che cucinava e faceva giardinaggio.
Negli anni mi sono abituata ad essere trattata con sufficienza quando mi vengono spiegate le problematiche della mia macchina o quando devo supervisionare i lavori di casa, costantemente sotto esame.
Dimmi o tu donna la differenza tra un cacciavite a stella e uno piatto.
La mia tacita accettazione a questa abitudine maschile era scontata. Mi correggo a quest’atteggiamento pregiudizievole.
Poi un incontro di formazione tra persone illuminate sabato scorso ha aperto il vaso di Pandora. Esiste un termine che è stato appunto coniato per descrivere l’atteggiamento paternalistico di un uomo che si appresta a spiegare in modo condiscendente a una donna qualcosa che solo lui, in quanto uomo, può conoscere a pieno.
Il mansplaining è un neologismo che unisce la parola”man” e la parola “explaining” . E no, non è un ossimoro, ma la certezza insita in coloro che utilizzano quell’atteggiamento presuntuoso che il genere femminile sia intrinsecamente meno competente.
Il fatto che sia stato coniato un termine per indicare questo fastidioso modo di fare – il mio sarebbe stato meno politicamente corretto – mi ha aperto gli occhi e contemporaneamente ha aperto anche la discussione con amiche, colleghe e conoscenti.

Tutte le donne, alla mia rivelazione, hanno capito perfettamente e velocemente il comportamento a cui mi stavo riferendo: i toni spesso utilizzati, le interminabili spiegazioni non richieste, i visi dubbiosi. Ogni donna con cui ho parlato aveva un lungo elenco di episodi da raccontare.
La verità e’ che siamo tutti troppo abituati ad etichettare in base al genere – mea culpa – e consideriamo normale atteggiamenti che non lo sono. Cadiamo nella trappola del socialmente accettato.
Dandogli finalmente un nome, ho riparato ad una grandissima lacuna personale. Parlarne forse colmerebbe le lacune culturali anche di chi ne fa un uso frequente.
Sabato scorso è stato davvero un sabato fruttuoso, sopra le mie aspettative. Per renderlo speciale bastava la mia fuga dalla spirale infinita delle lavatrici e delle asciugatrici che a suono ripetuto mi ricordano troppo la musica progressiva.
Ma adesso con una parola in più nel vocabolario, mi sento più libera.








