The pursuit of discount

i love shoppingOggi è venerdì – oserei dire finalmente – ma non un venerdì qualunque. Probabilmente solo se avessi vissuto le ultime due settimane in isolamento forzato in una baita sopra i 5.000 metri in compagnia solo dei lupi ululanti, sarei ignara di che giorno sia oggi!
Insomma è arrivato il tanto agognato Black Friday, ennesima esportazione statunitense degli ultimi anni per incentivare gli acquisti, come gentilmente mi ricordano le icone del mio smartphone che lampeggiano da stanotte. Lampeggia, di un bel colore rosso vivo, anche il mio account bancario e non per empatia.

Il prossimo anno di questo passo, dopo l’oramai globalizzato Trick or Treat  di Halloween, probabilmente festeggeremo tutti il Thanksgiving ringraziando davanti a un tacchino, patate dolci e pane di mais i cari  Nativi Americani per averci insegnato come fare il raccolto.

Lungi da me criticare l’acquisizione dei Mores Altrui, dal  momento che ogni anno festeggio qualsiasi festa internazionale che preveda lo scambio di dolci e abbuffate in compagnia, ma per la mia mente storica l’unico giorno, targato Usa, di colore nero rimane il 24 ottobre 1929, il giovedì nero di Wall Street.

Una cosa è certa: il Black Friday funziona. La frenesia degli acquisti, stimolata da sconti decisamente allettanti  in prossimità delle feste natalizie, è un richiamo difficile da non assecondare, a meno che come  Ulisse davanti alle Sirene, non ci si faccia legare all’albero maestro di una nave – va bene anche la trave o il muro portante in casa propria –  o come la protagonista del film di “I love Shopping”non si congeli  nel freezer l’unica carta di credito ancora carica.
La logica su cui si fa leva e che ripeto FUNZIONA è quella relativa alla velocità dei nostri Tempi: quella del Mai arrivare  per secondi, quella del Treno che non ripassa, quella dell’ Ogni lasciata è  persa; la paura costante che l’occasione perduta non ritorni più. Dagli acquisti all’anima gemella, dall’opportunità di lavoro all’iscrizione all’Università siamo inondati di scadenze, di conti alla rovescia che ci fanno correre alla ricerca di un qualcosa che potrebbe non arrivare, o che ci potrebbe non interessare,ma di fronte al quale dobbiamo essere sempre pronti per non rischiare che qualcun altro se ne appropri, lasciandoci a mani vuote ad aspettare invano la staffetta acquistata a prezzo scontato dal dito più veloce.
Il mondo delle mille opportunità che ci avevano promesso, in realtà sembra diventato il mondo dell’UNICA opportunità, a cui tutti ambiscono e che premia i più veloci, non i migliori, ma solo i più veloci. La logica frenetica del consumismo ha invaso tutti gli aspetti della nostra vita, lasciandoci  con la sensazione costante di aver perso occasioni importanti tutti i giorni perché impegnati a fare altro, quando in realtà l’unica cosa che probabilmente abbiamo perso è solo il nostro presente, il nostro Tempo, unica cosa davvero preziosa e che non torna una seconda volta.
Quindi Keep Calm se perdete l’offerta del giorno su Amazon, domani è sabato e l’unica cosa che spero è che sia un Yellow Saturday. Tradotto: spero ci sia il sole!

 

 

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Fino a che dura fa verdura

DSC_7027.jpgPaese che vai proverbi che trovi. Recentemente ho incontrato qualche difficoltà nello spiegare ad una mia allieva statunitense il significato del proverbio “Fino a che dura fa verdura” e non di certo per un problema di gap linguistico visto che parla italiano meglio di molti miei conoscenti e si ostina a voler imparare il congiuntivo. Dovrei presentarla alla mia amica ingegnere meccanico, da tempo impegnata in una guerra solitaria e persa in partenza contro la scomparsa silenziosa del congiuntivo dal nostro uso quotidiano.

Tornando al  proverbio  in questione mi sono data una spiegazione storico-sociologica sulla difficoltà di spiegare oltreoceano il significato di questo concetto: gli Usa sono un paese giovane, affascinato e incantato dal nostro Vecchio Mondo, ma decisamente proiettato verso il futuro e il Nuovo, in linea con la loro origine recente e autodeterminata.  Proiezione verso il futuro che il riporto giallo di Trump ha leggermente frenato.

L’espressione “Fino a che dura fa verdura” invece è la reminiscenza di una mentalità conservativa tipica di un continente, quello europeo, e di una nazione, quella italiana, che in millenni di storia si è dovuta riadattare a nuove condizioni e spesso senza uscirne indenne.
In quest’ottica ogni oggetto, alimento veniva utilizzato e riutilizzato fino a che, esalato l’ultimo respiro e completamente usurato non veniva buttato e sostituito.

L’obsolescenza rapida, oramai tratto comune del nostro tempo e la natura innovativa del paese a stelle e strisce amante dei consumi e delle novità, cozza con l’arte del riciclo e di “fare verdura” che ci ha contraddistinto per secoli e che, causa crisi, sta vivendo una nuova giovinezza nell’arredamento, nell’abbigliamento e nel recupero di ricette povere. Ribollita Docet

Ora che è prossima a tornare in quel triste posto in cui vive, gli Hamptons, perfettamente in tempo per il Black Friday e i nuovi acquisti la voglio comunque rassicurare sulla  sua grammatica italiana: chiunque riesca a reggere una conversazione di due ore con me senza ricorrere a un interprete può tranquillamente considerarsi a tutti gli effetti madrelingua. Mi dovrebbero inserire come esame per ottenere la certificazione C2!

Italiani a spegnimento rapido

italiaQuando fa più scalpore la mancata classificazione italiana ai mondiali 2018 che il gesto fascista di un giocatore con annessa maglietta della Repubblica di Salò durante un‘innocua partita di seconda categoria dilettanti giocata proprio a Marzabotto, teatro della strage del 29 settembre 1944, c’è ben poco da dire sulla natura della nostra coscienza nazionale!
E detto da me che, nutrita a pane e sociologia contemporanea mi definisco una cittadina del mondo, italiana per nascita e cosmopolita per scelta è veramente un paradosso.

Vedi: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/13/news/bologna_segna_un_gol_e_fa_il_saluto_romano_agli_ultra_vergogna_durante_la_partita_contro_marzabotto-180976247/

Lunedì sera ho assistito basita alle lacrime di Buffon che piangeva ad esclusione italiana oramai decretata, sinceramente dispiaciuto perché riteneva la sconfitta un fallimento e si scusava per la perdita di questa opportunità  importante “a livello sociale” per gli italiani.

Aldilà dell’ originale  accostamento nella stessa frase delle parole “calcio” e “importanza sociale – ho quasi sputato la cioccolata calda che stavo bevendo –  e  prendendo per buono il significato puro di “sociale” ossia “ciò che riguarda la società” e non quello di “giustizia sociale” di cui tanto oggi il nostro Bel Paese avrebbe bisogno,  i Mondiali sfumati potrebbero essere un duro colpo per la società italiana, la stessa società ancora imbonita da “panem et circenses”.

Dove sono tutti i  sostenitori dell’importanza sociale del calcio quando simboli politici tra l’altro vietati dalla nostra Costituzione e lesivi della memoria di quegli 800 morti vengono riproposti a pochi giorni dall’uso dell’immagine di Anna Frank con la maglietta della Roma a scopo offensivo? Dove sono finite tutte le lacrime, le mani al volto, i visi sconcertati, la sofferenza provata durante i 90 minuti di domenica sera nella vita di tutti i giorni? Ce ne sarebbe tanto bisogno fuori e dentro il campo da calcio.

 

Ars oratoria in famiglia

ars oratoriaSe le discussioni con i nostri fidanzati/compagni/mariti/amanti sono spesso vinte in partenza per la netta supremazia di argomenti a nostro favore e per la dialettica degna di Protagora, affinata in anni di esercitazioni pratiche e in letture di Jane Austen, le discussioni con le loro madri non sono altrettanto semplici da intavolare e da  vincere.

Il loro asso nella manica? Anni di esperienza in più e strumenti persuasivi degni di un’ analista della Cia. Dal pianto a comando, alla minaccia di non cucinare più, dal ricatto morale del parto doloroso, alla coccola tenera sulla nuca, noi povere nuore o aspiranti tali non abbiamo vita facile nelle discussioni a tre – suocera vs nuora vs pargolo –  che si trasformano inevitabilmente in discussioni a due – suocera vs nuora.
Un braccio di ferro senza esclusione di colpi  da cui gli uomini intelligentemente si defilano presto.

Dal luogo dove comprare casa, al nome da dare ai futuri nipoti, dalla marca di ammorbidente più adatta per la pelle delicata del figlio allergico, all’uso corretto del ferro da stiro e ai consigli per una cucina sana, tutto scatena l’intromissione non richiesta e l’inevitabile consiglio. Le statistiche, scientificamente rilevate nelle serate tra nuore, affermano che le discussioni sono direttamente proporzionali alla vicinanza alla casa della suocera e  alla sua capacità di sapere usare whats app. Con lei, la suocera, non serve a niente tirare fuori la carta della memoria femminile, carta sempre vincente nelle discussioni donne vs uomini,  perché anche lei ne è dotata, nulla può la confutazione di ogni affermazione pronunciata, sofismi raffinati e botta e risposta sul filo del rasoio, il diverbio iniziale si trasforma spesso in un duello alla Sergio Leone combattuto con doppi sensi e minacce velate, alterco abilmente celato da sorrisi lunghi e forzati alla Freddy Krueger che ad uno sguardo non allenato apparirebbe come un’ amabile conversazione tra due donne.

Incapaci di prevalere l’una sull’altra alla fine esauste le due rivali abbassano le armi  e rivolgono lo sguardo a lui: al figlio o al compagno, al sangue del proprio sangue o al cointestatario del mutuo che dovrà ora scegliere da che parte schierarsi e se vuole dormire nel divano per una settimana o non assaggiare più i ravioli fatti in casa per tutta la vita. A lui l’ardua scelta!

Ciabatta in movimento

L’altra sera durante un concerto in una location post-industriale – i dintorni di un inceneritore cittadino – una band della mia generazione, quella figlia di Bim Bum Bam e delle pastine glutenfull a merenda, cantava abbiamo 30 anni e siamo giovani!!!

Due giorni dopo il mio 30esimo e X compleanno ero quasi tentata di ribattere, alzando la mano destra come a scuola, che i veri giovani  erano quelli che li stavano ascoltando, tutti under 25 vestiti come noi 25 anni fa ai tempi di Beverly Hills 90210 e che battevano le mani a tempo. Le stesse mani giovani che probabilmente mi stanno rubando il lavoro mentre scrivo questo post.
Scrivere… altra azione anacronistica.

Per quanto ci provi ad accettare questa età di passaggio, il risultato è che mi sento un ibrido in confusione, in tensione perenne tra due mondi che non mi appartengono. Attaccata ai miei feticci da 30enne come il tacco beige e la tessera dell Esselunga con i 4000 punti per comprare il ferro da stiro, adagiata sulle comodità da adulta e sui braccioli del mio divano grigio, ma con le gambe rialzate per migliorare la circolazione, che sobbalzano in piedi al minimo sentore di musica dance. Le stesse gambe che mi hanno trascinato a questo concerto young insieme ai veri young fino a tarda notte e le stesse gambe che poi gonfie  faticavano a muoversi dopo aver osato camminare in strade non sterrate con i tacchi camoscio 10 cm e che, a vederle ora inciabattate di rosa sembrerebbero aver dimenticato l’ adrenalina di essere fermate anche per un controllo di sicurezza all’ingresso. Hanno guardato la mia shopper beige e mi hanno fatto passare. Probabilmente gli integratori vitaminici non erano il loro obiettivo.

Mi sento come un ibrido della Toyota. Una macchina a benzina che si alimenta anche a energia elettrica e che cerca un attacco per ricaricarsi e ripartire, ma nella ricerca finisce per rimanere a secco.
Mi sento un po’ ciabatta, un Po’ stiletto.

Etnologa pentita

heidi

Se domattina,  improvvisamente, mi svegliassi privata dell’ultima goccia di razionalità e invasa da un’ ondata d’incoscienza, mi riscriverei subito ad un corso di laurea in antropologia e etnologia.

Desiderio che cerco di tenere ben sopito sotto un miliardo di ragioni valide, anni di ulteriore disoccupazione e di gastriti croniche da abuso di caffè, ma che puntuale come un orologio svizzero torna a farsi sentire ogni volta che, valigie ingombranti alla mano del mio fidanzato,  mi appresto a viaggiare.

C’è chi ama i panorami, chi rimane a bocca aperta davanti a un tramonto, chi studia minuziosamente un affresco neanche si sgretolasse da un momento all’altro – il mio amato – e c’è chi come la sottoscritta, finito di sbadigliare davanti all’affresco trecentesco, si presta ad osservare l’essere umano nel suo habitat. Tradotto: mi faccio gli affari altrui!

Attitudine, questa, che può diventare decisamente imbarazzante. Il viaggio è il modo meno invasivo che conosco  per appagare la mia curiosità e la mia natura pettegola senza incorrere in sgradevoli denunce. Lascio a casa i “vestiti” abituali  e adotto quelli del luogo deputato a mia destinazione. L’azzurro predomina quando vado in Grecia, vecchi vestiti di lino anni’70 si insinuano nella mia valigia, sciarpe colorate e borse a tracolla vintage mi accompagnano nelle infinite scarpinate alla scoperta di fortezze e monasteri medievali, lunghe trecce e acconciature neotirolesi  sono un must dei miei giri per le terre teutoniche. Sarà per il mio 1/16 svizzero e per l’1/80 tedesco ancora visibile  nella carnagione color latte di mucca sbiadito e per l’ amore viscerale per il burro e i  crauti, ma riesco a camuffarmi da Fräulein abbastanza bene. Ognuno si pone obiettivi diversi nella vita! 

Un buon etnologo si mischia con la popolazione che analizza, si veste come loro e mangia come loro, cerca di vivere come loro, impara da loro. Forse ho guardato troppe puntate di Bones!
Ogni viaggio insegna una nuova ricetta, una nuova parola, un nuovo approccio mille volte più importante degli inutili souvenir che bramiamo per  riportare a casa e che nel mio caso, formaggi e speck, infestano il frigorifero per mesi.

Multumesc, hvala. danke, thank you, shukran, efharistò ecc… In ogni viaggio la parola grazie è la prima che imparo e che apre anche le migliori porte, purtroppo la fifa per i viaggi aerei troppo lunghi  non mi ha ancora condotto oltre le Colonne di Ercole, ma non ho intenzione di limitare il mio vocabolario e i miei Grazie.

Aldilà del fascino mistico che ha la scoperta delle culture diverse, in ogni peregrinazione c’è però un momento in cui ti penti di esserti incantata ad osservare qualcosa o qualcuno.
Una sola parola mi scorreva nella mente davanti alla nonchalance di una ragazza tedesca che pasteggiava amabilmente una pizza ai peperoni con una tazza di cappuccino. Come cantava l’angelo azzurro Marlene Dietrich: Warum? Warum??

Questi sono i momenti in cui è consigliabile usare lo smartphone ed estraniarsi dal mondo circostante.

Nel bene e nel male, nel caldo e nel freddo

lamentele.jpg<<Io prendo te come mio sposo. Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita…nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà finché morte non ci separi >>

Sono cosciente che visti alcuni miei post precedenti e gli abbonamenti alle riviste di matrimoni si potrebbe cadere nell’errore di pensare che io sia leggermente ossessionata dal matrimonio e, il citare la frase di rito potrebbe avvalorare questa tesi. In realtà dalla sconfitta Juventina alla finale di Champions League i miei piani malvagi di incastrare la mia dolce metà sono stati momentaneamente accantonati, complice l’arrivo dell’estate, l’attesa del classico viaggio nei paesi teutonici e l’ottimistica preparazione di un concorso per il Ministero degli Interni che prevede la misera partecipazione di 56.000 individui. Erano decisamente maggiori le probabilità che avevo di sposarmi a inizio stagione calcistica.

In realtà la tipica frase che viene pronunciata durante il rito matrimoniale mi è venuta in mente una sera della settimana scorsa quando boccheggiando sopra le coperte con tutte le finestre aperte mi sono sentita accusare ingiustamente dal mio fidanzato di emanare calore sgradito nemmeno fossi una stufa a pellet e il riscaldamento globale fosse causa mia.

In effetti le notti di questa estate calda sono state costellate da lunghe battaglie comuni credo a molte coppie: quella per la finestra aperta o per la finestra chiusa, quella per chi deve cucinare che finisce puntualmente con la risoluzione pacifica del ricorso al cibo crudo, quella per la temperatura dell’aria condizionata colpevole nel mio caso di torcicolli indesiderati, ma indispensabile anche per uno spostamento minimo in auto. Mai come quest’estate ho sognato di essere un’eschimese e di vivere in un Igloo monolocale  nonostante il lungo inverno passato al gelo e le battaglie al contrario per  tenere il termosifone acceso.

Tendenzialmente i Cahiers de doléances sulla mia casa e i miei piedini troppo freddi generano discussioni infinite nei mesi che vanno da ottobre a maggio  e quelle sulla calura estiva e il trasferimento di calore per convenzione dal mio corpo al suo da giugno a settembre. Insomma non c’è scampo termico!

Questo mi ha fatto riflettere che se un giorno dovessi veramente riuscire ad avvicinarmi a qualcosa che assomigli a un altare o ad una scrivania di un pubblico ufficiale mi dovrò ricordare di aggiungere nella frase di rito le seguenti parole: in estate e in inverno, nel caldo e nel freddo io ti sposo. A scampo di equivoci!