
Credevo di essere l’unica a desiderare ardentemente di indossare una tutina di pilates colorata e attillata con fierezza. Anche io vittima consapevole della body positivity di ultima generazione.
E invece il vocale di un’amica ha dato voce ai miei pensieri più nascosti – non a caso – dell’ultimo periodo. Probabilmente i messaggi subliminali dei social non raggiungono solo me.
Il mio rigurgito sportivo è decisamente a cadenza stagionale e si manifesta nei primi mesi primaverili. Ma mai come quest’anno ho guardato con invidia quelle donne fasciate in quelle tutine colorate e con i calzettoni di spugna muoversi sicure di sé e leggiadre, sorseggiando qualche tipo di beverone colorato con la cannuccia. Tutto così lontano dai miei outfit anonimi e monocolore e dalla mia tazzona termica di caffè, indispensabile compagna di lavoro.
Mi sono però chiesta se, oltre all’istinto salutare che tenta di emergere ad ogni primavera e che puntualmente silenzio, ci sia qualcosa di più profondo nella mia idolatria della donna sportiva, qualcosa che trascende il mero movimento regolare del corpo che inevitabilmente genera sudore nelle tutine, spero traspiranti.
Cosa è che mi fa desiderare di rinnegare una volta per tutte il caffè e le stringate ai piedi per top attillati e calzettoni a vista?
Cosa è che invidio alle donne che fanno pilates, yoga, rilassamento, corsa, oltre che un fisico tonico?
Il tempo che riescono a trovare per dedicarsi a tutto questo sport quando io invoco a mia difesa come passeggiata nel verde quella che faccio verso la farmacia la sera? La costanza? La falsa percezione di una vita rilassata? La totale noncuranza della reale bruttezza delle tutine? E pensare che nasco nell’era dei body fosforescenti sopra i fuseaux colorati e scaldamuscoli alle caviglie.
Eppure nonostante storga il naso a tutto questo trionfo dell’abbigliamento fit, le guardo e domani vorrei svegliarmi così. Noncurante, rilassata, costante nello sport e allenata. Con la mia tutina. Ma sui calzettoni derogo.










