I WhatsApp delle 6 del mattino

Prima dell’avvento di WhatsApp trascorrevo ore e ore del giorno al telefono con le amiche. Con il telefono all’orecchio o con gli auricolari ho trascorso probabilmente i migliori anni della giovinezza e superato rotture, esami universitari stressanti, ansie da colloqui di lavoro importanti e scartato vestiti in camerino descrivendone minuziosamente il taglio, il tessuto e ovviamente il loro adattarsi al mio fisico. Tutto questo prima che i messaggi vocali e le foto in diretta entrassero nella nostra vita.

Quando non c’erano orari diversi da incastrare, fidanzati da evitare e neonati appiccicosi, il telefono era uno sport di gruppo, dove io probabilmente sarei stata candidata alle Olimpiadi. Solo l’aereo era offline in tutti i sensi! Offline anche per me!

Ma oggi con le 10.000 cose da fare e la mano destra che è meglio tenere libera per ogni evenienza ringrazio WhatsApp – chat di gruppo escluse – per darmi ancora la parvenza di avere una vita sociale e per evitare errori maldestri in camerino.

Così la mattina alle 6 mentre cerco di tenermi aggiornata con il mondo circostante leggendo l’amaca di Michele Serra posso silenziosamente commentare le ultime notizie su WhatsApp con l’amica ingegnere in treno che cerca di evitare l’effetto transumanza immergendosi in un nuovo libro e con l’altra sonnambula che probabilmente come me sveglia ad orari improponibili sta leggendo articoli online e cercando concorsi pubblici pianificando la settimana con precisione al minuto.

Così la solitudine di noi prime donne grazie alle piccole conversazioni silenziose delle 6 del mattino sembra meno grande e la mente atrofizzata da incombenze quotidiane torna a parlare di politica, letteratura e vestiti, dimenticando per un attimo le suocere!

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Come andare in bicicletta

BICI

Come molti dei nati negli anni ’80 e nei primissimi anni ’90 del secolo precedente, sono cresciuta a Kinder 5 cereali,  Barbie e Bim Bum Bam. A scuola non avevo alcun ausilio digitale, se non la cancellina, la mia memoria e un discreto c… coraggio.
Quando ho iniziato la prima elementare, stretta nel banco color fondo di bottiglia con gomme da masticare appiccicate sotto come monito, Wikipedia non era neanche stata concepita e alle superiori, senza Splash Latino a salvarmi dalla pubblica umiliazione, prendevo l’autobus la mattina presto  per copiare le versioni  dalle più brave della classe che erano decisamente piu’ affidabili e non necessitavano di wifi.

Noi generazione di piccole donne con pantaloni a vita bassa e zatteroni glitterati a piedi siamo cresciute senza ansie, se non quella di abbinare l’ombretto allo smalto e incontrare un Lui con i pantaloni ancora più a vita bassa dei nostri che ci guardasse negli occhi e con il fare da uomo depresso, un mix tra Kurt Cobain e Richard Ashcroft dei Verve, ci dedicasse testi di canzoni romantiche tradotte con il vocabolario d’inglese della terza media. Oggi basta digitare”parole romantiche” su Google e il gioco è fatto.

Siamo cresciuti così e non lo rimpiango. Con questo bagaglio analogico alle spalle siamo andati all’università convinti che quello che ci avevano inculcato a scuola fosse oro colato e che la cultura e la preparazione fossero davvero importanti. Abbiamo scelto con la passione e un pizzico d’idealismo tipico dell’opulenza e poi, chi prima e chi dopo, ci siamo sbattuti con un muro chiamato crisi che ha rimescolato le carte in tavola.
A quel punto già assuefatti a Wikipedia e alla scoperta dei social network, ci siamo svegliati digitali e precari.

Da allora ci stiamo continuamente reinventando.

Da allora ci alziamo ogni mattina e aggiungiamo  una nuova esperienza al nostro curriculum.

Da allora cambiamo “divisa” per adattarci al nuovo contesto neanche fossimo un camaleonte.  Non ci lamentiamo nemmeno più o almeno io non lo faccio più, assorbita dal vortice continuo di rinnovamento che ci tiene sempre con le antenne spiegate, pronte ad alzarci la mattina e ad imparare un nuovo lavoro.

Oramai sono abituata a vivere in bilico, sospesa, in punta di piedi, a muovermi veloce per tentare di rimanere in pari con il mondo, ma che io dovessi pure rimparare ad andare in bicicletta per evitare di perdere tempo a cercare parcheggio  tra un lavoro e un altro,  questo proprio non lo accetto. 

È dal 1999; dai tempi di Britney Spears con i codini che non pedalo.

Ho googlato aforismi sulle biciclette e ho trovato questo di Einstein

La vita è come andare in bicicetta: per mantenerti in equilibrio devi muoverti

E se lo dice lui… scaricherò un tutorial da You Tube

Grey’s anatomy

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Vivendo oramai da due anni nel loft grigio ho quasi dimenticato che una volta il mio colore preferito era il rosa, declinato in tutte le sue più svariate e scioccanti sfumature.
Ad ogni fase della vita il suo colore! Il mantra “Il rosa va su tutto” è stato sostituto da “Non esiste una versione grigia di questo copriletto”?

Il mio “ingrigimento” è stato abbondantemente discusso in precedenti post, ma non ho mai svelato l’eziologia della mia nuova color addiction. E all’alba del traguardo dei 72 mesi e dei 26.280 giorni insieme è arrivato il momento di rendere pubblica la ragione, anzi il colpevole di un cambiamento cromatico così drastico…

Ovviamente lui! L‘uomo sciarpato di grigio, il mio Muso per eccellenza, il burattinaio del mio miglioramento in cucina e l’ispiratore oramai incontrastato delle mie migliori storie, “Dall’uomo che si incremava troppo” a “Caratteristiche particolari: Allergico”, l’uomo che ha fatto del colore grigio una tale vocazione da contagiare alla fine anche i capelli, suoi e miei! Il mio amato fidanzato!

Decisamente sui generis, capace di ridere perfino quando prendo in giro sua madre, non è solo un uomo dotato di molti difetti, ma è anche il mio cuoco preferito, laureato in storia, capace di parlare perfettamente tedesco e che al nostro terzo appuntamento mi citò Reds con Warren Beatty come uno dei suoi film preferiti. Al 4° appuntamento gli regalai il libro “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” e da allora lo sto ancora pregando di leggerlo. Non fa mai niente se non lo vuole veramente, non parla se non ha niente da dire, cosa per me assolutamente incomprensibile e quando pensa di aver sbagliato riesce anche a chiedere scusa senza regalare fiori, a cui ovviamente è allergico. E’leggermente sordo da entrambe le orecchie, chiamasi sopravvivenza, e ha uno stile casual chic che me lo fa riconoscere ovunque, anche perché è l’unico ad avere pure ad agosto una sciarpa grigia al collo. Non mi dice mai quello che mi voglio sentir dire, ma solo quello che maledettamente pensa. Monopolizza il televisore quando gioca la Juventus e mi fa stare in piedi per ore e ore a guardare affreschi, per obbligarlo a vivere con me ho dovuto sfoderare il classico aut aut e di matrimonio non se ne parla fino a che la Juve non vince la Champions. Adora quel mordace del mio cane, che lo adora a sua volta e odia i miei capelli volanti in giro per casa. Mi controlla se i vestiti che sto per comprare hanno difetti e riesce a svelarmi la composizione con un solo tocco della mano. 20% viscosa, 80% cotone. Mi ha sopportato in corsi di cucina e di arabo, mentre tentavo e ancora tento di cercarmi un lavoro stabile, mentre ristrutturavo casa e nelle varie incursioni iper-programmate all’Ikea. Sopporta la mia dipendenza dal telefono, i mie occhi sbarrati alle 8 del mattino di domenica e il fatto che fingo di dormire, ma in realtà compro vestiti e mobili online.

Sei anni di queste 1000 sfumature di grigio hanno rivoluzionato il mio modo di pensare e di vivere, mi hanno insegnato che un rapporto alla pari è fatto di mille lotte quotidiane, di cui molte perse e pochissime vinte e che per evitare di strangolarsi a vicenda bisogna mettere da parte tutto il pacchetto Ego: egocentrismo, egoismo…

Esercizio non facile per chi come me era talmente egocentrico da aver soprannominato il proprio incisivo storto “dente egocentrico”.

Ci sono giorni che mi guardo indietro e rimpiango con nostalgia il mio mondo colorato e scioccante, il dente egocentrico un po’ meno, i ricordi spuntano così all’improvviso come le collane hawaiane rosa durante il cambio di stagione e ti rendi conto di quante cose sono cambiate. Quell’uomo grigio un giorno di dicembre ti ha rivolto la parola e da allora niente è più stato lo stesso, le conversazioni già lunghe nella mia vita si sono fatte interessanti e il mondo è diventato grande e affascinante, da conoscere e visitare.
Le vendite della vernice grigio topo poi si sono impennate drasticamente!

Certo il grigio ha stinto un po’ il rosa, ma ci sono tantissime altre cose che hanno acquistato di colore e di vita. Certe notti insonni sogno ancora un bel fidanzato norvegese convinto della piena parità dei sessi che cambia pannolini mentre prepara la cena, ma per adesso mi accontento di chi prepara la cena e le mousse al cioccolato.