Cenerentola per un giorno

Circa una dodici di anni fa – quasi adolescente praticamente – in piena crisi esistenziale da lavoro precario mi arrivò una mail da un’agenzia interinale che mi invitava a presentarmi ad un colloquio per una grande casa di moda.
Già qui mi avevano facilmente convinta e, non vi ho ancora detto quale era il profilo ricercato e per qualche fortuito allineamento di pianeti gli era sembrato adatto a me. C’è qualcosa che adoro più dei vestiti e delle borse? E’ una domanda di prova, per vedere se siete preparati.

All’epoca poi potevo ancora girare indisturbata con le ballerine tutto il giorno, senza che la mia schiena facesse harakiri e i tacchi non erano solo un ornamento della mia camera, vecchi stendardi di un tempo che fu.

Insomma all’epoca ero la perfetta candidata per fare la “modella” di scarpe. Il numero 37 infatti è di solito il numero campionario che viene utilizzato per i prototipi.

A parte l’ironia di pensare a me modella, corsi ovviamente a preparare i miei adorati piedini numero 37 alla loro grande prova.

La selezione fu durissima. Tutta una mattina a camminare avanti e indietro per la stanza prove con ogni modello di scarpe: sandali, stivali di pelle, ballerine, tutte ovviamente numero 37. Sfruttamento allo stato puro.

Ho visto cose che voi non potete immaginare.
Ho visto scarpe che avevo visto solo nelle riviste e ora erano lì ad adornare i miei adorati piedini.

La competizione con le altre modelle del piede era alle stelle, chi aveva il polpaccio troppo magro per gli stivali, chi la pianta larga, insomma tutte tenevamo gli occhi a terra per cercare difetti.

<< Ecco l’ho visto. Quella bionda ha un principio di alluce valgo. Scartatela!>>

Poi dopo tre ore di attesa e varie misurazioni, il fatidico verdetto. Il mio 37 da sempre era in realtà un 36,5 nel mondo dell’alta moda. Discriminazione!

Uno shock che ha minato la mia identità alle basi. Ho dovuto guardarmi allo specchio per vedere se fossi ancora castana o per i parrucchieri biondo scuro.

Effettivamente sarebbe stato troppo bello per essere vero.

Oggi, dopo due figli il piede mi si è allungato, la vecchiaia mi ha regalato quel mezzo punto e riesco a comprarmi tutte le scarpe scontate – campionario n.37 della mia casa di moda preferita 😈. Ci cammino avanti indietro per casa, le testo, le osservo, le fotografo, ma purtroppo non mi paga nessuno…

Meritare o non meritare

Senza svelare l’identità del mio saggio mentore, poco tempo fa mi è stato detto che in Italia per ottenere dei risultati e dei riconoscimenti è preferibile essere bravi che bravissimi. Mediocri ancora meglio.

Per me cresciuta a pane e manie di perfezione quest’illuminante verità è difficile da digerire, se non causa di gastriti quotidiane. Soprattutto dopo che per tutti gli anni scolastici e universitari si è sempre preteso il massimo dei risultati.
La meritocrazia oggi è merce rara, una mera parola con cui fare bei proclami e creare slogan accattivanti, ma la realtà di molti giovani e – non più giovani -è ben lontana dal significato che la mia amata Treccani ne dà:

meritocrazìa s. f. [dall’ingl. meritocracy, comp. del lat. meritum «merito» e –cracy «-crazia»]. – Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e spec. le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’assegnazione dei posti di responsabilità.

Raramente fuori dall’ambiente scolastico ho sentito il soddisfacente profumo della meritocrazia. Ho sentito tante volte il deludente odore della raccomandazione, del pregiudizio, dello stereotipo, ho sentito più volte il doloroso impatto con i portoni chiusi e le finestre mezze aperte che ti fanno vedere un po’ di luce, respirare un po’ prima di chiudersi definitivamente dopo una folata di vento.

Negli anni sono passata dall’accettazione alla rabbia, dalla rabbia all’accettazione, di non essere giudicata per quello che meritavo, senza sconti e senza rincari.

La maturità almeno quella anagrafica, oggi mi ha donato la lucidità per una critica sana delle mie competenze e capacità, ho abbandonato l’arroganza e la presunzione adolescenziale, ho imparato ad accettare che avevo dei limiti e ho tentato di superarli, migliorandomi.

La rabbia ha con il tempo lasciato spazio al senso di delusione che comunque ha sempre quel cattivo odore di ingiusto. La delusione non è comunque ancora diventata rassegnazione.
Nonostante si tenti quotidianamente ancora di sminuire senza capire, etichettare senza approfondire, io ho deciso di non lasciare che la delusione faccia finire la speranza, devo insegnare ai miei figli che il mio motto SPES ULTIMA DEA non è solo un motto, ma è un diritto.

Al mondo che preferisce i mediocri ai bravi, il minimo al massimo, l’automatismo al pensiero, io dico No.

Non ancora, sarò meno di quello che sono.

Fortunata

Mi sono spesso sentita dire che sono una donna molto fortunata ad avere accanto un uomo che sa cucinare e che aiuta in casa.

Me lo sento spesso ripetere anche da lui che sono fortunata ad avere accanto un uomo che sa cucinare, che pulisce il pavimento, che butta l’immondizia, che riordina eccc…la lista dei suoi aiuti mi viene ripetuta quotidianamente.

Come se, poi, le doti culinarie e la capacità di fare le faccende domestiche fossero una questione di fortuna.

Me tapina che non sono stata illuminata da questa fortuna e la sfiga si è abbattuta su di me, trasformandomi nella peggiore delle casalinghe.

Punto uno. Tutto si impara nella vita. Tutto tranne stirare quello rimarrà il mio grandissimo rimpianto. Ah ah.

Io ad esempio ho imparato a fare le lavatrici e ad azionare l’asciugatrice. Ho imparato a non avvelenare nessuno ai fornelli e a fare degli ottimi 🥞 pancakes. Ho imparato a rifare i letti, tirando su il piumone e ho imparato a fare tutto alla velocità della luce e possibilmente usando più mani e spesso con un figlio in braccio.

Ma per caso qualcuno ha mai sentito dire che Matteo è fortunato per avere una compagna multitasking? No, ovviamente. Per fortuna i complimenti continuo a farmeli da sola.

Certo, sono molto fortunata ad avere incontrato il mio uomo in grigio 13 anni fa, ma mi ricordo perfettamente che nella mia lista per il riconoscimento dell’uomo dei sogni, non ho mai inserito la capacità di stirare o di spolverare.  

Sciocca che sono, ho peccato di poca praticità in effetti.

Lui sulla carta continua ad essere l’uomo perfetto. Io sulla carta la donna che obbliga il suo povero uomo a portare i vestiti da lavare ai genitori perché io potrei rimpicciorli.

Che spettacolo, non sapevo di avere un nuovo superpotere. Potrei esercitarmi anche con il contrario..

Ho proprio bisogno di ampliare il mio armadio.

Conscia di essere fortunata 🍀

A voce alta

Certi pensieri, fino a che non li esprimi almeno una volta a voce alta – a un essere umano, all’icona di whatsapp, o allo specchio – quasi sembrano non esistere. Svaniscono.

Le preoccupazioni, le ambizioni, le arrabbiature improbabili, scomode e strampalate, se rimangono inespresse possono consumarti, inesplose possono mandarti dal gastroenterologo se ancora non ti sei deciso ad andare da uno psicologo.

Non tutti hanno la fortuna abnorme di avere una rete di amicizie che ti tengono a galla e che, tramite un fitto scambio di whatsapp mattutini, ti fanno sentire meno sola e strana. Perché ci sono alcune giornate che sono davvero troppo pesanti per sopportarle da soli. Ho quindi pensato di amplificare la mia platea di perfetti sconosciuti a cui raccontare cose improbabili, tornando a fare la speaker radiofonica. Così quei pensieri sparsi nell’etere acquisiranno vita propria.

Ve le racconto io le mie paturnie a voce alta e, se voi volete, me le potete raccontare – scrivendomi – o semplicemente dirle mentre siete in macchina o in cucina, tanto anche io parlo da sola con gli elettrodomestici e gli audiovisivi.

Benvenuti nel mio spazio bianco che da anni diventa bianco e nero con le mia parole. Non sono una brava speaker radiofonica e ascolto in modo selettivo, ma credo fortemente nell’empatia, anche quella a distanza, perché la condivisione può davvero alleggerire il silenzio assordante delle nostre giornate fatte di impegni e quasi mai di relazioni.

Rimanete sintonizzati quindi perché a gennaio, a panettone digerito, torno a parlare su https://radioincontri.org/.

Quel colletto bianco che mi soffoca

Accollata since 2010

Ho sempre avuto un’ossessione per le camicie con allacciature alte, fiocchi, colletti vistosi, per non parlare dei stupendi colletti staccabili di pizzo e perline da applicare a piacimento su anonimi golfini neri, ma ammetto che negli ultimi anni questa tendenza mi è un attimo sfuggita di mano. Di pari passo con la mia stabilizzazione nel mercato del lavoro il mio look si è standardizzato a quello di un’anonima impiegata che cerca la sua mera soddisfazione in vezzose gale e nell’utilizzo compulsivo di post.it.

Ho ceduto alla poltrona comoda, alla tastiera veloce e al caffè gratis, ho venduto la mia anima creativa e irriverente per una luce al neon e quel maledetto stipendio fisso. Mi sono stretta da sola il bottone del colletto e non riesco davvero più ad allentarlo per tornare a far respirare il mio estro, la mia anima, oramai inamidata e profumata di ammorbidente.

Quando mi vesto la mattina penso attentamente a cosa indossare, abbino meticolosamente i colori e gli stili e quando mi specchio vedo esattamente quello che sono diventata. Un colletto bianco.

Citando la mia amata Enciclopedia Treccani colletto bianco è l’espressione, derivante dall’inglese white collars, con cui nel linguaggio della pubblicistica vengono indicati i ceti sociali formati da impiegati, funzionari dello Stato, negozianti ecc., che per la natura stessa della loro professione possono svolgere la normale attività lavorativa indossando camicie chiare, in contrapposizione agli operai e ai contadini, che nel loro lavoro devono invece indossare la tuta o comunque un abito diverso e più resistente con camicia scura, detti per questa ragione blue collars («colletti blu»).

In uno dei miei tanti esami di sociologia all’Università scelsi come libro facoltativo il saggio “La Moda” del sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel, un’analisi della moda come fenomeno sociale, tesa tra la sua doppia natura di omologazione e differenziazione, la stessa tensione che l’essere umano ha nel volersi identificare in un gruppo definito e nel cercare la propria espressione individuale. Simmel sottolinea come in passato sia stata soprattutto la donna a fare un uso maggiore della moda proprio perché la società non le consentiva altre modalità di esprimersi se non quel colletto a gorgiera esagerato che gli uomini e sopratutto le donne del XVI usavano e che da quanto era grande poteva sembrare un paracadute.

È questo che sono diventata? Una donna che non riesce ad esprimersi se non attraverso la grandezza del colletto della camicia? Sto pensando seriamente di cambiare qualcosa nella mia routine o presto inizierò a sembrare un cane con il paravento da protezione o, ancora peggio, potrei iniziare a stirare.

Vuole fare la Rockstar

Ho un vago ricordo del mio buco alle orecchie, fatto in prima o forse seconda elementare. Il bruciore invece me lo ricordo nitidamente. Seduta su una sedia scomoda ho chiuso gli occhi e tac, tanto dolore, ma finalmente potevo indossare tutti gli orecchini d’oro giallo anni ’90 che volevo.

Settimana scorsa ho preso un appuntamento telefonico e ho portato la mia peste preferita a farsi il buco alle orecchie, dopo quasi un anno di richiesta incessante.

Peste preferita

I pianti fatti sul lettino del dentista per una semplice igiene dentale qualche giorno prima mi avevano quasi fatto desistere, ma alla fine complice un pomeriggio libero e nessun programma decente in TV, ho perserverato nel mio obiettivo.

Pensavo, ingenua, che la parte più difficile sarebbe stata la foratura e già mi immaginavo la fuga dopo il primo buco. Ricordo ancora con terrore le pistole per fare i buchi della mia infanzia e non mi sembra che la tecnologia abbia fatto questi passi in avanti in tre decenni.

In realtà contrariamente alle mie previsioni la parte più difficile è stata la scelta dell’orecchino.

Ho rimpianto i soli tre tipi di orecchino che potevi scegliere una volta, o meglio un solo tipo con tre colorazioni diverse.

Purtroppo già da qualche tempo stiamo, io e Emma, dove io di riflesso, attraversando una fase di ribellione e sovversione degli stereotipi infantili – alla veneranda età di 6 anni e mezzo.

Emma Sveva la regina degli unicorni e dispensatrice folle di arcobaleni ha deciso che adesso che è cresciuta si sente piu una tipa da draghi, ha per cui messo al bando qualsiasi immagine fiabesca e qualsiasi riferimento a principesse. Adesso lei è una rockstar 🤘.

La furbetta ha anche obbligato la nonna a pagarle una penale quando per sbaglio la chiama principessa. Qui si capisce pienamente che è mia figlia.

Per fortuna per ora il piccolo di casa sembra gradire gli unicorni e ho quindi rimandato di qualche mese la svendita di 🦄 e 🌈 e 👸.

Potete quindi immaginare la difficoltà di scegliere un orecchino adatto se nel suo armadio le magliette con i Nirvana e Ramones hanno dato un calcio a Frozen e co.

Niente unicorni, niente coroncine, niente stelline, praticamente sfiancata dopo 10 minuti di agone verbale, ero quasi tentata di chiedere se avevano un orecchino con un teschio 💀,  quando improvvisamente mi indica un piccolo panda 🐼 rosa.

A quanto pare il panda è rock. A questo punto la foratura mi è sembrata una passeggiata.

Menomale che nelle etichette per il materiale scolastico mi ero indirizzata su una simpatica giapponesina, visto l’altra ossessione in corso.

Non so dove mi condurranno i 7 anni di questa bambina, probabilmente da uno psicologo molto bravo che mi aiuti a gestire la fatica di abitare con una rockstar capricciosa.

Aspetto con ansia il giorno che Leone 🦁 mi dirà che si sente più Lupo 🐺.

La strada delle cicogne

E poi ti svegli con il profumo del vino e del burro, con il volo delle cicogne intente a nidificare sopra i comignoli, con le case a graticcio dal tetto a spiovente, con il sale grosso sopra i Pretzel e la friabilita’dei Macaron di cui finalmente dopo anni capisci la bontà oltre che la bellezza.

E poi ti svegli dopo una notte di pioggia che hai sentito battere sui vetri della finestra rigorosamente aperta e che speri porti un po’ di fresco perché anche oltralpe il caldo non perdona.

E poi ti svegli assaporando il silenzio di tutta la famiglia che dorme e riguardi le foto del giorno prima, delle viuzze colorate, delle botti di vino abbandonate per le strade in cerca di un padrone, delle piccole fontane nelle piazze e ti dimentichi la fatica, il caldo umido,  i pianti dei bambini. Gli orari in vacanza sono lenti e a fine giornata ad essere stanche sono solo le gambe e le braccia, io e Matteo ci siamo divisi a turno i bambini lagnosi e curiosi, la mia testa ha viaggiato serena e gli occhi hanno fatto incetta di ogni particolare sperando che con il tempo diventi un ricordo.

E poi succede che ti svegli dal torpore e vedi non solo il paesaggio, ma anche chi hai accanto, vedi la tua famiglia e vedi di nuovo il tuo compagno, il suo gomito appoggiato mentre guida, la schiena dritta e rilassata, la sua dote di cambiare idioma a piacimento e di orientarsi ovunque e comunque. 

Questo succede quando si sceglie una strada, anche se lunga, sfidando un po’ le paure e la stanchezza, succede che si viaggia, succede che si insegna a viaggiare, ad assaggiare, a incontrare, ma succede anche che ci si stupisce nel vedere meglio chi abbiamo più vicino.

La strada in questa vacanza ci ha portato fino ad un ex convento di una cittadina alsaziana, a conversare in francese con la vicina che la sera chiude le persiane e con il proprietario tedesco che al posto delle mani ha due birre e che va avanti e indietro per questo giardino che sembra uscito da un cartolina “dimmi che sei in Francia senza dirmi che sei in Francia “.

La strada o forse il San Gottardo ci ha fatto attraversare in diagonale la Svizzera, spostandoci dalla nostra comfort zone di qualche centinaio di km e permettendoci anche qualche incursione nella nostra Foresta Nera e nella Pax Tedesca.

Era un anno che progettavo questo viaggio, un anno che sognavo Colmar e Friburgo, un anno che aspettavo di riempire la valigia e, nonostante il solito tentativo Leonino di ammalarsi, alla fine siamo riusciti nel nostro mini tour del Triplex Confinium – 🇨🇭 🇫🇷  🇩🇪  – ad apprezzare la bellezza effortless francese, la precisione svizzera senza eguali e la naturalezza tedesca che ti fa sentire sempre a casa.

La strada, la route de vin ci ha mostrato paesini da favola come Riquewhir e Rebeauville, paesini letteralmente costruiti intorno al formaggio e al vino, ci ha condotto diritti diritti dentro tutte le boulangerie a fare incetta di carboidrati, ci ha fatto attraversare su una 🚣 il Reno facendo attenzione a non investire tutte le persone che a Basilea si lasciano dolcemente trasportare dalla corrente aggrappati alle loro borse gonfiabili. La strada ci ha poi fedelmente riportato a casa, ad essere NOI casa, imparando dalle cicogne che si accovacciano sui quei tetti per costruire la loro famiglia, anche io voglio cercare e creare il mio nido e non solo in vacanza, ma tutti i giorni, facendo tesoro di quelle sagome riflesse che vedevo nello specchietto retrovisore e che erano davvero speciali.

It’s Lion o’ clock

È  un anno che non dormo e nonostante qualche spasmo facciale non sento nemmeno troppo gli effetti di questa atroce privazione.

Non sbaglio  da tempo le parole quando parlo e da dicembre sto provando anche il brivido quotidiano di non arrivare in ritardo al lavoro. Insomma mi faccio i complimenti da sola. Sennò non me li fa nessuno.

È oramai un anno che in questa casa di Matti – giuoco di parole – si vive il Lion o’ clock. La notte soprattutto ogni ora è l’ora di Leone.

Per tenere testa alla valorosa Emma Sveva, cintura gialla di karate al 3°kata, ci voleva un leone in tutti i sensi.

Testardo, spavaldo e capace di ruggire all’occorrenza.

Non sono ancora in grado di fare un bilancio di quest’anno. Avrei bisogno di un ulteriore anno per tirare le somme su questi primi 12 mesi di Leo in famiglia.

Una cosa è certa. Siamo ancora di più una famiglia di Matti. Ma quanto sono divertente…

Emma Sveva ha accolto il leoncino con le stesse emozioni contrastanti con cui accoglie tutto: amore e odio. Lui la segue come un’ombra, un’ombra che le ruba i giocattoli e i biscotti. Un’ombra invadente e poco incline alle coccole esagerate della mia Mini me.

Io ho scoperto di avere i muscoli nelle braccia e un senso di preveggenza per i futuri disastri, non sempre sufficiente, visto il pazzo truffatore che ama lanciarsi da seggioloni e letti con uno spiccato interesse per la corrente elettrica. Le nostre giornate fatte di una routine folle sanno di pane sbocconcellato e gettato ovunque, pianti interminabili e urla per richiamare attenzione, manine che strappano i capelli e sorrisi a profusione. Il nostro leoncino quando non si lagna, sorride sempre e a tutti.  Convinto che tutti gli sorrideranno, che lo prenderanno in collo e lo coccoleranno. Convinzione che nessuno gli riesce a togliere…

Guarda il mondo con gli occhi spalancati e indica il cielo, gli uccellini fino a che il sole non si riflette in quell’azzurro ipnotico della sua iride e con una smorfia si ritrae, infastidito. Ho sempre voluto un bambino che assomigliasse a suo padre da piccolo, come sempre dovevo essere maggiormente precisa nei miei desideri e includere il fatto che non fosse così noioso, cagionevole e delicato, insomma che assomigliasse meno al padre.

Vado, che la sveglia 🦁 è attivata

Cat sharing

In questi mesi di stop forzato e di lunghe passeggiate con il pargolo insonne ho riscoperto la bellezza del tempo dilatato e della luce naturale. Mi sono totalmente disabituata allo schermo gigante retroilluminato e alla luce fredda del neon e gli unici orari che ho seguito erano quelli scanditi dalle sveglie dittatoriali dell’allattamento a richiesta.

Ma la cosa che ho più amato di questi mesi è stato ritrovare il tempo per parlare che avevo completamente perso. Puntualizzo, prima che scatti la risata del pubblico da sitcom americana, ho ritrovato il tempo per conversare. Del niente, del tempo, dei pannolini, del passato e del futuro. Per la prima volta da anni ho avuto la sensazione di parlare più piano, di non dover per forza premere il tasto veloce avanti. E parlando più piano mi sono presa del tempo anche per ascoltare, così per provare qualcosa di nuovo nella vita.

Ho scoperto così la storia di Fiocco, il gatto condiviso.

Ho scoperto che anche se crediamo fortemente di poter possedere un essere vivente, in realtà non lo possediamo mai veramente, che sia un fidanzato, un figlio o il nostro gatto, in realtà noi abbiamo solo la fortuna e il privilegio di dividere il nostro tempo con chi abbiamo accanto fino a che entrambi ci sceglieremo a vicenda.

Insomma… C’era una volta Fiocco, un gatto coccolone e coccolato che entrava la mattina dal portone e usciva la sera dalla finestra, aveva scelto una casa con giardino per passare il suo tempo e due amici coinquilini per sentirsi amato.

Fiocco si faceva pulire, nutrire e curare. Fiocco però, per la disperazione dei suoi nuovi amici, così come arrivava, scompariva. Per giorni e anche per settimane.

Fiocco non aveva in realtà una casa e una famiglia, Fiocco aveva due case e due famiglie. Fiocco aveva due veterinari e due ciotole. Fiocco in realtà non era Fiocco. O almeno non solo quello. Aveva scelto l’amore di più persone, per fortuna alla fine scelse una sola operazione chirurgica all’anca.

Non so come è finita la storia di Fiocco, le notti insonni sono continuate,  ma sono tornata al lavoro ad abbronzarmi sotto il neon e il cielo azzurro lo vedo solo il fine settimana. Il tempo per ascoltare si è ridotto notevolmente, quello per parlare lo trovo sempre. Me lo immagino Fiocco, lì che vaga a suo piacimento da una casa all’altra, libero e felice con la sua doppia vita. Un po’ lo invidio, ci sono giorni che anche io vorrei avere un altro nome, cibo differente e tante mani che mi accarezzano.

Quello che è  certo che se per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un vecchio detto africano, per un gatto basta un quartiere.

Mai dire giubbotto di jeans

Sole.

Giubbotto di jeans.

Un sillogismo perfetto, perfetto per la stagione più ballerina di tutte: l’adolescenza.

C’erano una volta due giovani ragazze in un anonimo pomeriggio di febbraio del 2001 o forse del 2002,  il sole era tiepido e tutto sembrava possibile. L’appuntamento fisso alla fermata dell’autobus, un veloce scambio di SMS per mettersi d’accordo e l’idea azzardata di indossare il giubbotto di jeans invece dell’ingombrante piumino alla solita domanda che ti metti.

Nella mente di quelle 16enni tiepido sole era sinonimo di primavera e primavera un ulteriore sinonimo di pantaloni a vita bassa e giubbotto di jeans attillato. La vita così come l’associazione di pensieri era molto più semplice allora.

Così, in quel pomeriggio di febbraio, felici e avvolte nei rispettivi giubbotti di jeans le due amiche uscivano per le usuali giratine in centro, con microborsetta sotto braccio e l’immancabile pacchetto di sigarette nella tasca posteriore dei jeans perché nella microborsetta ovviamente non entrava.

L’incoscienza adolescenziale pero’ non aveva fatto veramente i conti con la volubilita’ di febbraio. Il sole tiepido delle 15.30 alle 17.15 si era trasformato in grigiore umido e i calori modaioli, così come l’ottimismo primaverile, si erano velocemente raffreddati.

Alle 18.00 come due statue di ghiaccio le giovani ragazze tornavano a casa e, dopo litri di the’ caldo, la temperatura corporea tornò normale. I giubbotti rimasero poi, chiusi, nell’armadio fino a marzo inoltrato.

Oggi, di ritorno dall’ufficio, mi sono imbattuta in un bellissimo sole di febbraio, ho squadrato le ragazze uscire da scuola in maglietta, ho sentito caldo, ma non mi è  passato dalla mente, nemmeno per un attimo, di togliere il mio cappotto e lo sciarpone cozychic.

La maturità è quella fase della vita dove percepisci ancora quella sensazione di improvviso entusiasmo per qualcosa di inaspettato e, un istante dopo, ti metti subito a pensare alle possibili conseguenze. Al torcicollo, insomma.

Ma ad ogni febbraio, ad ogni primo sole tiepido, le due amiche, a turno, si lanciano un invito, oggi simbolico.

Febbraio, sole. Giubbotto di jeans?

Poco importa se i giubbotti di jeans abbandonati nell’armadio non vedranno la luce nemmeno a marzo, poco importa se oramai l’autobus non passa più da quella fermata e se le maxibag hanno sostituito le micro borse, la primavera prima o poi arriva anche se non si ha più 16anni, ci vuole solo più tempo per spogliarsi.